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Dazi, dirigismo e populismi:  perché l’inflazione ritornerà

di Innocenzo Cipolletta


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4' di lettura

Sono oltre 20 anni che l’inflazione nei Paesi industriali è di fatto scomparsa, tanto che si fa di tutto per farla tornare e si guarda con sgomento a prezzi che non si muovono come dovrebbero.

Per chi ha vissuto gli anni della stagflazione (inflazione alta e crescita bassa) questa è una novità assoluta. Ma è anche un ripetersi di novità (se così si può dire) nel senso dell’alternarsi di periodi con diversa inflazione. Durante il Miracolo economico (anni 50 e 60) l’inflazione era considerata come un’anomalia temporanea, da combattere con politiche restrittive di breve durata: la normalità era costituita da un’inflazione moderata, sotto al 2% annuo, mentre la politica economica puntava essenzialmente a mantenere una crescita elevata.

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Poi vennero gli anni della stagflazione (anni 70 e 80 del secolo scorso) e si era arrivati alla conclusione che l’inflazione fosse un fenomeno permanente, insito nel sistema di crescita dei Paesi industriali. Le motivazioni di questo fenomeno erano diverse, ma attenevano quasi tutte alla lotta per la ripartizione del reddito e della ricchezza. L’onda inflazionistica era nata dall’esplosione dei prezzi delle materie prime (1973), del prezzo del petrolio (1974) e dal fluttuare delle monete che amplificavano o riducevano gli effetti inflazionistici generati dal mercato internazionale.

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Gli effetti dell’indicizzazione

A loro volta, all’interno delle nostre economie, i processi più o meno espliciti di indicizzazione finivano per prolungare le ondate inflazionistiche. Per debellare il fenomeno dell’inflazione o per difendersi da esso vennero adottate molte strategie. Fra queste, una politica monetaria severa a partire dagli anni 80; uno sviluppo della tecnologia che riducesse il ricorso alle materie prime e all’energia; una ricerca affannosa ed efficace di nuove fonti di energia; la riorganizzazione dei processi produttivi per abbattere i costi e, soprattutto, una liberalizzazione spinta dei commerci internazionali per aumentare l’offerta di prodotti manufatti e servizi a prezzi contenuti (ciò che noi abbiamo chiamato globalizzazione).

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Bisogna riconoscere che l’insieme di queste misure ha funzionato. Alla fine degli anni 90 l’inflazione è scesa e successivamente non è più aumentata fino al punto che, dopo la crisi finanziaria del 2007, si è paventato l’avvento di una fase di deflazione. Le banche centrali hanno dovuto azionare una politica monetaria fortemente espansiva per riportare l’inflazione vicina al 2% che si riteneva essere una tasso di crescita fisiologico dei prezzi. Dalla paura della stagflazione, siamo così precipitati nella paura della deflazione.

Di fatto, dopo il Miracolo economico (25 anni) caratterizzato da politiche per l’espansione, siamo giunti alla stagflazione (altri 25 anni circa) caratterizzati da politiche antinflazionistiche, ed ora ci confrontiamo (dopo altri 20/25 anni) con una fase di deflazione o comunque di inflazione trascurabile, dove dominano le politiche reflazioniate. Bisogna concludere che, alla lunga, le politiche economiche dominanti hanno finito per avere successo, tanto che ogni periodo è stato caratterizzato dagli effetti delle politiche seguite in quello precedente.

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Quanto durerà ancora questo periodo di bassa inflazione? Difficile dirlo, ma di certo si può affermare che alcuni dei fattori che hanno favorito la deflazione si stanno esaurendo. Le politiche monetarie sono ormai espansive da molto tempo. Esse richiedono un periodo relativamente lungo per produrre effetti e questo periodo sembra ormai arrivare a conclusione. L’innovazione tecnologica continua a svilupparsi, ma forse con un ritmo inferiore a quello degli anni passati, tanto che non si vedono effetti sulla produttività che rappresenta un fattore di contenimento dell’inflazione. Soprattutto il ciclo delle liberalizzazioni sembra arrivato a un termine. La politica dei dazi inaugurata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scoperchiato il vaso di Pandora e fatto uscire tutti gli istinti nazionalisti sopiti negli anni della globalizzazione.

L’impatto delle politiche

Imporre dazi sulle importazioni, favorire il rientro in patria di attività produttive, condurre politiche dirigistiche per favorire i campioni nazionali sono tutti fattori che, alla lunga, producono inefficienza e generano spinte inflazionistiche. Tanto più che i nazionalismi si nutrono spesso di populismo che induce a politiche di stampo peronista con forme diffuse di assistenzialismo e di sostegno a richieste corporative e sindacali. Con il che si sta riproducendo il clima propizio al ritorno dell’inflazione. Un ritorno che potrebbe non essere quello auspicato dalle banche centrali (un moderato 2% annuo) e che potrebbe riprecipitarci in un nuovo lungo ciclo di inflazione, malgrado oggi si pensi che essa sia stata del tutto debellata.

Come già detto, alla lunga le politiche adottate finiscono per avere successo. Nel periodo della stagflazione si sono escogitate mille misure per battere l’inflazione. Alla fine ce l’abbiamo fatta. Negli ultimi 20 anni stiamo producendo mille politiche per far tornare l’inflazione. Alla fine ce la faremo.

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