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Dazi e allarme sull’economia spingono il rame ai minimi da due anni

di Sissi Bellomo

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(Bloomberg)


3' di lettura

Il rame si sta dimostrando la materia prima più sensibile agli alti e bassi delle trattative commerciali tra Usa e Cina. E non c’è da stupirsi se le quotazioni del metallo rosso sono scese ai minimi da due anni venerdì, quando Pechino ha imposto una nuova raffica di dazi, scatenando l’ira (e l’immediata ritorsione) del presidente americano Donald Trump.

Considerato lo stretto legame tra il mercato del rame – Doctor Copper – e l’andamento dell’economia, alcuni operatori sono anzi sorpresi che il prezzo non sia affondato ancora più in basso dei 5.624,50 dollari per tonnellata (base tre mesi) toccati al London Metal Exchange per la prima volta da giugno 2017.

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Il metallo ieri si è riportato intorno a 5.680 dollari: debole – in calo del 14% dal picco di aprile e addirittura quasi dimezzato dal record storico del 2011, quando volava sopra 10mila dollari – ma non così debole da accendere una spia rossa sulla prospettiva di una recessione globale.

Dall’inizio dell’anno la performance di Doctor Copper è negativa, ma il ribasso è di circa il 6%, più contenuto di quello registrato da altri non ferrosi. Lo zinco ad esempio, impiegato nell’industria siderurgica, ha perso l’8% da gennaio al Lme e ieri è crollato ai minimi dal 2016 (2.221 $/tonn). Anche lo stagno è a livelli che non toccava da tre anni (15.565 $).

Il nickel fa storia a parte, con un rialzo di ben il 50% quest’anno, generato dal timore di scarsità e dalle previsioni un forte aumento dei consumi nelle batterie.

La prospettiva  di una diffusione di massa dell’auto elettrica – e più in generale il fenomeno dell’elettrificazione – dovrebbe offrire sostegno anche al rame, quanto meno nel lungo periodo: per Wood Mackenzie potrebbe crearsi un deficit di 4 milioni di tonnellate nel 2028 purché (ed è una precisazione cruciale) questa soluzione di mobilità sia sostenuta da capitali pubblici e privati.

Jeffries stima che mancherà un milione di tonnellate di rame nel 2024: agli attuali livelli di prezzo non c’è stimolo ad investire in nuove miniere e allo stato attuale la produzione non è avviata a crescere abbastanza da soddisfare i consumi, «a meno che non ci sia una recessione globale» aggiunge la banca.

Il rischio recessione, comunque sia, non è più così remoto. E la Cina – che consuma oltre la metà dei metalli prodotti nel mondo – sta rallentando: la sua produzione industriale a luglio è cresciuta solo del 4,8% annuo, il tasso più ridotto dal 2002. La sua domanda di rame dipenderà dal ritmo degli investimenti in infrastrutture, potenzialmente sorretto da maggiori stimoli da parte del Governo.

Secondo Citigroup tuttavia sono altri i fattori che stanno frenando la discesa del rame e che hanno evitato (per ora) un crollo sotto 5mila dollari simile a quello del 2015-2016. I consumi cinesi e gli indicatori economici globali sono deboli come allora, osserva la banca. E gli speculatori al Lme e al Comex sono altrettanto ribassisti. Ma le estrazioni minerarie non stanno più crescendo ai ritmi di 3-4 anni fa e il costo marginale di produzione del rame – che fa da argine ai ribassi di prezzo – oggi è più alto:  intorno a 6mila $/tonnellata stima Citi, contro i 5.350 $ del 2016. Inoltre sulle borse cinesi – a differenza che a Londra e a New York – la speculazione ribassista non è (ancora) ai livelli stratosferici di allora.

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