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Dazi, Italia di nuovo nel mirino Usa per la digital tax

L’Ustr ha avviato una nuova indagine contro Italia, Austria, India, Indonesia e Turchia per le tasse digitali unilaterali contro le big tech

di Riccardo Barlaam

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Donald Trump con la moglie Melania (Epa)

L’Ustr ha avviato una nuova indagine contro Italia, Austria, India, Indonesia e Turchia per le tasse digitali unilaterali contro le big tech


5' di lettura

L'Ufficio del rappresentante al commercio americano Robert Lighthizer (Ustr) ha annunciato la apertura di una nuova indagine sulle tasse ai servizi digitali adottate dai partner commerciali degli Stati Uniti. L'inchiesta è volta a determinare se le varie digital tax contro i giganti hi-tech hanno determinato una discriminazione che penalizza gli scambi commerciali americani.

Sono finite nel mirino dell'amministrazione Usa le digital tax già decise da Austria, Italia, India, Indonesia e Turchia, attraverso la Sezione 301 del Trade Act del 1974, legislazione che autorizza il presidente degli Stati Uniti a intraprendere in via unilaterale misure per ottenere la rimozione di qualsiasi atto, politica o pratica di un governo straniero che viola un accordo commerciale internazionale e che grava o limita il commercio americano. Si sta valutando anche se agire contro le tasse digitali proposte da Brasile, Repubblica Ceca, Unione europea, Spagna e Regno Unito.
Se verrà stabilita la discriminazione gli Stati Uniti potranno decidere nuove tariffe commerciali contro i paesi partner.

Nel documento l'Ustr spiega che l'inchiesta cercherà di capire se le digital tax adottate o proposte dai vari paesi sono in linea con le normative fiscali internazionali o se hanno «lo scopo di penalizzare in particolare le società tecnologiche per i loro successi commerciali».
«Il presidente Trump – spiega in una nota il Rappresentante al commercio Robert Lighthizer – è preoccupato dal fatto che molti nostri partner commerciali abbiano adottato dei meccanismi fiscali pensati per penalizzare ingiustamente le nostre società. Siamo pronti a prendere tutte le azioni necessarie per difendere le nostre aziende e i nostri lavoratori da tali discriminazioni».

La scorsa settimana il presidente Trump ha emesso un ordine esecutivo contro le piattaforme social che ha diviso i grandi colossi hi-tech. Il presidente americano venerdì scorso ha avuto una telefonata con Mark Zuckerberg, il ceo del gruppo Facebook, con il quale ha un filo diretto, finito in queste ore nella bufera per la sua posizione sul provvedimento della Casa Bianca. Non si sa che cosa si siano detti Trump e Zuckerberg ma la telefonata è avvenuta poche ore prima dalla decisione dell'Ustr che, con gli Usa in piena pandemia, ha deciso di avviare una nuova indagine contro le digital tax.

Le tasse digitali sono state adottate da diversi paesi in tutto il mondo nel tentativo di recuperare parte della tassazione dei grandi colossi tecnologici che hanno milioni di utenti ma pagano poche imposte rispetto al reddito che producono nei rispettivi paesi, soprattutto grazie agli introiti pubblicitari delle campagne sui social ma non solo.

I giganti tech americani come Facebook, Amazon e Google hanno avviato azioni di lobbing milionarie a Washington per spingere i legislatori, di entrambi i partiti, a considerare ingiuste le tasse digitali decise unilateralmente dai vari paesi, considerate discriminanti per gli interessi economici americani, di fronte alla crescente digitalizzazione dell'economia. Tutto questo in assenza di un quadro normativo multilaterale che non è ancora stato deciso e che avanza a fatica, nonostante gli sforzi messi in campo dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Lo scorso anno la Wto ha autorizzato dazi Usa contro prodotti europei fino a 7,5 miliardi per la vicenda degli aiuti di stato Airbus/Boeing. Anche prodotti made in Italy sono finiti nel paniere, tassati al 25% - pur non facendo parte l'Italia del consorzio Airbus - formaggi come Parmigiano, Grana, mozzarelle e gorgonzola, mortadella e salami Dop, il limoncello e gli altri liquori, comparto in forte crescita negli Usa prima dei dazi.

A dicembre 2019 l'Ustr aveva minacciato altri dazi per la digital tax decisa da Francia e Italia contro le società tecnologiche: dazi del 100% su 2,4 miliardi di prodotti tra cui champagne ma anche i vini italiani, la pasta e l'olio d'oliva.
I francesi hanno fatto un passo indietro e ottenuto una schiarita sui dazi allo champagne che non arriveranno nel 2020: Stati Uniti e Francia hanno raggiunto un accordo di sospensione delle tariffe sulla digital tax in attesa della normativa in sede Ocse. Mentre le minacce all'Italia restano sul tavolo e vengono ora rilanciate dall'Ustr. La tassa digitale italiana è in vigore dal primo gennaio 2020. Colpisce con un’imposta del 3% i redditi da pubblicità digitale o servizi digitali delle aziende tecnologiche che hanno oltre 750 milioni di euro di ricavi annui globali, di cui almeno 5,5 milioni di euro prodotti in Italia. Nei negoziati che ci sono già stati a Washington tra l’ex sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto e l’amministrazione Usa, l’Italia ha cercato di sostenere questa posizione: la digital tax italiana verrà riscossa solo nel 2021, prevede soglie minime, giudicate dai legislatori italiani non discriminatorie per le big tech. E soprattutto la digital tax italiana decadrà in caso di decisione Ocse che verrà automaticamente recepita dalla normativa nazionale. Non è bastato a fermare la scure della Casa Bianca che torna a minacciare dunque il made in Italy, in un momento in cui a causa del Covid e del lockdown si registra un rallentamento globale del commercio estero.

L'Ustr dopo la presentazione della nuova indagine ha aperto la fase di raccolta di commenti pubblici. Non sono state stabilite date precise per la raccolta dei commenti, considerando le restrizioni del coronavirus e gli uffici che lavorano a mezzo servizio.

L’Information Technology Industry Council, associazione di categoria delle aziende tech americane, che ha sollecitato la nuova inchiesta dell'Ustr sostiene che crescente numero di paesi nel mondo ha proposto o adottato delle digital tax unilaterali. Il problema esiste. Così come esiste il problema dello strapotere dei social network e delle grandi società tecnologiche.

«Sollecitiamo gli Stati Uniti a proseguire queste indagini in uno spirito di cooperazione internazionale e al fine di promuovere un impegno costruttivo nei negoziati globali sulla tassazione digitale», ha dichiarato il presidente e ceo del gruppo, Jason Oxman. «Chiediamo anche ai paesi che hanno promulgato o stanno prendendo in considerazione azioni unilaterali di ritirare le misure individuali e di spingere il processo Ocse multilaterale in corso».
Il presidente repubblicano della commissione finanze del Senato Chuck Grassley e il rappresentante democratico nella commissione, Ron Wyden, hanno diffuso una nota congiunta nella quale sostengono l'indagine dell'Ustr: «Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti sta esaminando in modo appropriato le tasse sui servizi digitali che sono state adottate o che sono state prese in considerazione dai partner commerciali statunitensi» scrivono i due senatori.
«Come abbiamo precedentemente affermato, queste tasse sui servizi digitali discriminano ingiustamente le società statunitensi. Le azioni intraprese dagli Stati membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) per attuare le tasse sui servizi digitali sono contrarie agli obiettivi dell'organizzazione e sono contrarie al processo Ocse in corso. Supportiamo l'uso da parte di Ustr del processo di indagine della Sezione 301 per esaminare queste misure unilaterali discriminatorie».

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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