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Dazi, prove di mini-accordo tra Stati Uniti e Cina

Il presidente Trump a sorpresa ha ricevuto prima dell'inizio della due giorni di negoziati il capo delegazione cinese Liu He. I mercati hanno reagito positivamente alle speranze per una intesa tra le due prime potenze economiche

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


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4' di lettura

NEW YORK - La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina costerà all'economia globale 700 miliardi di dollari, in termini di calo di crescita fino al 2020 secondo l’Fmi. I mercati sperano nei progressi dei negoziati ad alto livello tra Usa e Cina ripresi a Washington – il round numero 13 – tra le due delegazioni guidate dal vice premier cinese Liu He e dal rappresentante al commercio Robert Lighthizer. Se l’esito sarà positivo i negoziati si concluderanno venerdì sera con la benedizione del presidente Donald Trump alla Casa Bianca. Il dialogo tra le due delegazioni era stato interrotto a maggio, dopo che gli americani avevano accusato i cinesi di aver fatto un passo indietro rispetto agli impegni già presi, mentre i cinesi lamentavano le richieste eccessive avanzate dall'amministrazione Usa.

Il round numero 13 dei negoziati dopo quindici mesi di ostilità tra le prime due potenze mondiali si è aperto, alla vigilia, con la mano tesa della Cina a raggiungere un mini-accordo con gli Stati Uniti. Una pace circoscritta, a condizione però che Trump martedì 15 ottobre non aumenti, come minacciato, dal 25 al 30% i dazi su 250 miliardi di dollari di export cinese. E il 15 dicembre non faccia scattare i dazi del 15% già previsti su 160 miliardi di dollari di prodotti di largo consumo: smartphone, pc, tablet, videogiochi e altri dispositivi. In cambio Pechino offre agli americani maggiori acquisti di prodotti agricoli: 10 milioni di tonnellate di semi di soia in più per un valore aggiuntivo di circa 10 miliardi di dollari.

La risposta di Trump è stata, al solito, da venditore che punta ad alzare il prezzo: nessun accordo se non accettano le nostre condizioni. Risultato: nella notte il South Morning China ha scritto che la delegazione cinese era pronta a fare le valige dopo il primo giorno di negoziati, senza giungere alla fine del round negoziale. I mercati asiatici prima e poi i future di Wall Street fiutando il vento hanno girato in negativo. Ragione per cui in mattinata prima dell’inizio del round negoziale – non previsto dal programma ufficiale – a sorpresa Trump ha deciso di accogliere e salutare Liu He alla Casa Bianca. Un atteggiamento di disponibilità apprezzato dalle Borse che hanno intonato la giornata in positivo.

Tutti gli occhi degli analisti, ma anche delle cancellerie sono puntati su quello che succederà o non succederà in queste ore nei saloni del Ustr dove si svolgono i negoziati. Un mini-accordo commerciale farebbe comodo sia alla Cina che agli Stati Uniti, entrambi alle prese con un rallentamento dell'economia. Trump insiste per “un big deal” e vuole che l'accordo comprenda anche concessioni sul controverso capitolo della proprietà intellettuale.

Il presidente, secondo quanto scrive il Nyt, avrebbe dato autorizzato i funzionari del Dipartimento al Commercio in un incontro la scorsa settimana a riaprire a Huawei per riprendere a vendere “prodotti non sensibili” negli Usa, derubricando la blacklist che da maggio vieta alle aziende americane di fare business con il gigante delle tlc cinesi e una dozzina di società collegate.

I cinesi a loro volta, riporta Bloomberg, oltre ai maggiori acquisti di soia, in cambio sarebbero disposti a concedere aperture su un patto valutario con gli Stati Uniti per evitare le manipolazioni di cambio tra yuan e dollaro di cui sono accusati.

Se le cose dovessero mettersi bene, il presidente americano potrebbe incontrare il presidente Xi Jinping a metà novembre in Cile, in occasione del Summit annuale dei Paesi dell'Asia-Pacifico. Ma il terreno in cui ci si muove è ancora scivoloso, con tante variabili da considerare. Da una parte e dall'altra.

Gli Stati Uniti hanno appena allargato ad altre 28 entità (istituzioni e società) la blacklist che vieta alle aziende americane di importare tecnologia cinese. Molti di questi gruppi sono legati a violazioni di diritti umani per gli arresti di massa degli uguiri, la minoranza musulmana che vive nello Xinjiang.

Da parte americana c'è interesse a superare la vicenda del Nba. Dopo che il capo della lega professionistica di basket Usa ha detto che non chiederà scusa per le opinioni espresse dal general manager degli Houston Rockets contro le repressioni ai manifestanti di Hong Kong, la tv di Stato cinese ha deciso che non trasmetterà la pre-season del campionato di basket più famoso al mondo. Non si capisce ancora se lo stop riguarderà anche l'intero campionato: un mercato potenziale da 4 miliardi di dollari, tra sponsor e diritti che rischiano di saltare. Apple e Google, tra l'altro, hanno accolto le proteste cinesi e hanno deciso di ritirare le rispettive app a favore dei manifestanti di Hong Kong.

I cinesi devono passare all'incasso anche per un altro motivo: la scorsa settimana sono emersi i particolari della telefonata con la quale il presidente Trump chiedeva a Xi Jinping di indagare sui Biden e sul Russiagate, in un irrituale modalità di relazioni diplomatiche.

Le basi di un mini-accordo tra Cina e Stati Uniti sarebbero state già tracciate a Pechino, il 27 settembre scorso, in occasione di un incontro tra il governatore centrale Yi Gang, che fa parte della delegazione negoziale cinese, con i rappresentanti delle maggiori istituzioni finanziarie di Wall Street, per la China-Us Financial Roundtable. Tra gli altri erano presenti John Waldron, presidente e ceo di Goldman Sachs e Christopher Heady, presidente di Blackstone nell'Asia Pacifico.

Per Trump, che si batte contro l'impeachment – sono stati appena arrestati due faccendieri di Rudy Giuliani, ora avvocato personale del presidente Usa – ogni concessione alla Cina rischia di diventare una ulteriore arma in mano ai suoi oppositori. Lui stesso ha confidato di recente che è disposto a fare concessioni ai cinesi solo se arriverà una “recessione significativa” prima delle elezioni.

Intanto l'Unione europea ha imposto dazi fino al 66,4% sulle ruote stradali in acciaio prodotte dalla Cina. Le tariffe puniscono produttori ed esportatori cinesi di ruote per auto, trattori, camion vendute sottocosto sul mercato europeo, una pratica di dumping che secondo l'Ue ha danneggiato in questi anni gli 11 produttori europei di ruote in acciaio. Comparto che dà lavoro a 3.600 persone in Italia, Germania, Francia, Repubblica Ceca, Polonia e Romania. Per un mercato europeo che vale 800 milioni di euro.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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