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Dazi, ripartono i negoziati Usa-Cina. Tutti i fronti aperti tra le due superpotenze

Le politiche protezionistiche di Trump non hanno fatto l'America grande ancora ma hanno penalizzato l’economia americana con la produzione manifatturiera in calo. La Cina tende la mano per un’intesa al ribasso, per fare la pace non su tutto. Probabilmente avverrà nel round negoziale numero 13 che comincia giovedì nella capitale americana

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


Trump rinvia di 15 giorni aumento dazi a Cina

5' di lettura

NEW YORK - Giovedì a Washington riprendono i negoziati tra Stati Uniti e Cina per cercare di trovare un accordo sulla guerra dei dazi, dopo quindici mesi di ostilità tra le prime due potenze mondiali. Due giorni di negoziati tra il vice premier e capo delegazione cinese Liu He con il rappresentante al Commercio Robert Lighthizer e il segretario al Tesoro Steven Mnuchin. Si tratta del 13esimo round negoziale. Se le discussioni avranno esito positivo il round negoziale si concluderà con un incontro tra Liu He e Donald Trump venerdì pomeriggio alla Casa Bianca.

Cina pronta ad accordo parziale
I mercati finanziari sono in rialzo, in seguito ai segnali che arrivano dalla Cina che si è detta pronta a raggiungere una parziale intesa commerciale con gli Stati Uniti. Un accordo probabilmente ci sarà nel breve termine tra Usa e Cina, anche se al ribasso. Un accordo che serve alla Cina per limitare i danni sulla sua economia. Serve agli Stati Uniti per rassicurare i mercati e dare un po' di respiro agli operatori economici e serve al presidente Trump in chiave elettorale.

Dieci miliardi di acquisti in più
La Cina accetterà una pace circoscritta, con un accordo al ribasso, a condizione però che Trump il 15 dicembre non faccia scattare i dazi sull'ultima tranche dei 300 miliardi di dollari di export cinese rimasti fuori dalla guerra commerciale finora, tra cui ci sono smartphone, pc, tablet, videogiochi e altri dispositivi elettronici. Non saranno presenti nell'accordo i capitoli legati alla proprietà intellettuale e al trasferimento tecnologico, almeno nei termini richiesti dagli americani. Temi sui quali Pechino non sente ragioni. In cambio la Cina offre concessioni agli americani con maggiori acquisti di prodotti agricoli. Si parla di 30 milioni di tonnellate di semi di soia, dai 20 attuali, per un valore aggiuntivo di circa 10 miliardi di dollari secondo le quotazioni attuali, dai 20 attuali a 30 miliardi, dunque.

Stop all'escalation dei dazi
Entrambe le parti vogliono poi evitare l’escalation ulteriore dei dazi e dei contro-dazi già annunciati, che dovrebbero partire dal 15 ottobre. Se le cose dovessero mettersi bene, Donald Trump potrebbe incontrare il presidente Xi Jinping a metà novembre in Cile, in occasione del Summit annuale dei Paesi dell'Asia-Pacifico. Ma il terreno in cui ci si muove è ancora scivoloso, con tante variabili da considerare. Da una parte e dall'altra.

La blacklist americana
Gli Stati Uniti hanno appena allargato ad altre 28 entità (istituzioni e società) la black list che vieta alle aziende americane di importare tecnologia cinese. Molti di questi gruppi sono legati a violazioni di diritti umani per gli arresti di massa degli uguiri, la minoranza musulmana che vive nella regione dello Xinjiang. Più in particolare si tratta di 20 enti governativi e di otto società cinesi, tra le quali figura ad esempio Hikvision, tra i più grandi produttori mondiali di apparati di sorveglianza video che utilizzano l’intelligenza artificiale accusata dagli americani di essere una sorta di polizia di stato digitale, e Meiya Pico, azienda hi-tech all'avanguardia nelle investigazioni digitali.

I sussidi cinesi sui contenitori metallici
Un'altra tegola appena arrivata sui negoziati è la decisione del Dipartimento al Commercio, che ha annunciato un procedimento contro i produttori cinesi di portadocumenti metallici verticali (vertical metal filing cabinets) venduti negli Stati Uniti a un valore superiore del 198,5%, sui quali gli esportatori ricevono sussidi statali per il 271,79%.

Lo stop al Nba in Cina
Da parte americana c'è la vicenda del Nba. Dopo che il capo della Nba ha dichiarato che la lega professionistica di basket Usa non chiederà scusa per le opinioni espresse dal general manager degli Houston Rockets contro le repressioni ai manifestanti di Hong Kong, la tv di stato cinese ha deciso che non trasmetterà la pre season del campionato di basket più famoso al mondo. Non si capisce ancora se lo stop riguarderà anche l'intero campionato: un mercato potenziale da 4 miliardi di dollari, tra sponsor e diritti.

Il favore chiesto da Trump a Xi
I cinesi dall’altro lato devono passare all’incasso anche per un altro motivo: la scorsa settimana sono emersi i particolari della telefonata con la quale il presidente Trump chiedeva a Xi Jimping di indagare sui Biden, in un irrituale modalità di relazioni diplomatiche: un capo di Stato che chiede a un capo di Stato di una potenza straniera di investigare su un affare “personale” del presidente, che riguarda la campagna elettorale. L'imbarazzo delle cancellerie in ogni caso rafforza l'immagine dei cinesi che avranno per questo un motivo in più per sperare in un esito positivo dei negoziati.

L'incontro in Cina delle banche Usa
Le basi di un accordo tra Cina e Stati Uniti sarebbero state già tracciate a Pechino, il 27 settembre scorso, in occasione di un incontro tra il governatore centrale Yi Gang, che fa parte della delegazione negoziale cinese, con i rappresentanti delle maggiori istituzioni finanziarie di Wall Street, in occassione della China-Us Financial Roundtable. Tra gli altri erano presenti John Waldron, presidente e ceo di Goldman Sachs e Christopher Heady, presidente di Blackstone nell'Asia Pacifico.

I dazi e il deficit commerciale
Nonostante i dazi americani del 25% che colpiscono ormai larga parte delle esportazioni cinesi negli Usa, nei primi sette mesi dell'anno l'export dalla Cina è diminuito solo del 12,3%, mentre le esportazioni americane verso Pechino sono scese del 18,2%, secondo i dati ufficiali del Dipartimento al Commercio. Il risultato è che il deficit commerciale con la Cina da parte degli Stati Uniti è ancora alto: circa 32 miliardi di dollari ad agosto, l’ultimo mese disponibile. Non solo.

La frenata americana
Oltre al rallentamento dell'economia cinese anche quella americana nelle ultime settimane ha mostrato dei segnali di frenata. Il settore manifatturiero ha mostrato un deciso calo rispetto al resto dell'economia americana, con l'indice Ism, che misura gli acquisti delle aziende sceso ai minimi dalla crisi subprime, pericolosamente vicino al valore di 46 punti che segnala recessione.

La fuga delle aziende americane
Gran parte delle multinazionali americane da un anno a questa parte hanno modificato i loro piani di espansione in Cina. Con investimenti dirottati altrove in Asia, Messico e in Europa. Il Vietnam è il principale beneficiario dei muri di Trump contro la Cina. Stando ai dati del Us Census Bureau, nel primo trimestre dell'anno le esportazioni dal Vietnam verso gli Usa sono aumentate del 40%, dalla Corea del Sud del 18,4%, dall'India del 15 per cento.

L’accordo conviene a Cina e Usa
Trump ha impostato la sua politica estera in difesa degli Stati Uniti. E in nome del protezionismo ha spinto sugli accordi bilaterali rispetto ai patti multilaterali. Ma finora non ha ottenuto molto, se si guardano ai risultati concreti. È uscito fuori dall'accordo Trans Pacifico appena cominciata la sua presidenza. E ha lavorato per arrivare a un nuovo accordo con i Paesi del Nord America al posto del Nafta e a un nuovo accordo bilaterale con il Giappone. Non è ancora arrivato a un risultato in nessuno dei due casi.

Nessun risultato per gli Usa
Il nuovo accordo commerciale con Messico e Canada è in attesa di ratifica al Congresso, in queste settimane travolto dai lavori per la procedura di impeachment dell'Ucrainagate: la ratifica non è prevista nel breve termine. Nelle settimane scorse Trump ha siglato un'intesa con il premier giapponese Shinzo Abe per aprire il mercato del Paese agli agricoltori americani, nel tentativo di recuperare alcuni dei benefici di cui godevano le aziende americane con la Trans-Pacific Partnership. Ma nell'accordo con Abe il presidente Trump non è riuscito ad affrontare il capitolo dell’auto e della componentistica giapponese che vale il 38% delle esportazioni giapponesi negli Usa.

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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