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Dazi, tecnologia e pandemia minano i ponti tra Usa e Cina

Investimenti e interscambio calano, le catene del valore si allentano: il decoupling aumenta il rischio geopolitico

di Gianluca Di Donfrancesco

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il capo di Stato cinese Xi Jinping lasciano il G20 di Osaka il 29 giugno del 2019

Investimenti e interscambio calano, le catene del valore si allentano: il decoupling aumenta il rischio geopolitico


5' di lettura

Competizione tecnologica, guerra dei dazi e ora il coronavirus stanno indebolendo sempre più i legami economici tra Stati Uniti e Cina: negli investimenti diretti, che si inaridiscono, negli scambi commerciali bilaterali, che crollano, nelle catene del valore, che si allentano. Sulla fragile tregua commerciale siglata a gennaio pesano le tensioni innescate dal coronavirus e la campagna per le presidenziali Usa. Repubblicani e Democratici stanno elaborando proposte per spingere le società americane ad abbandonare la Cina, in cambio di agevolazioni fiscali e sussidi.

Si accentua così il decoupling, il disaccoppiamento, tra i due giganti. Un fenomeno lento, ma dalle conseguenze potenzialmente destabilizzanti, dato che indebolisce i freni inibitori necessari a trattenere entro livelli di guardia la rivalità tra le due superpotenze, ideologicamente agli antipodi. Come fa notare su Foreign Policy Robert Zoellick, ex presidente della Banca mondiale, «rompere i legami economici porterà a un maggiore attrito».

La discontinuità pandemica
«All’origine di tutto, c’è la competizione per la leadership del pianeta, con gli Stati Uniti che si sentono sfidati come mai prima, soprattutto sul campo tecnologico», spiega Giuliano Noci, vice rettore per la Cina del Politecnico di Milano. Su questo si è innestato lo scontro sul commercio, «dove però le due superpotenze sono troppo interdipendenti per rompere veramente». Poi, continua Noci, è arrivato il Covid, «che negli Usa introduce una discontinuità, con il balzo della disoccupazione, che porta il presidente Trump alla retorica del nemico esterno, la soluzione più agevole».

Altro effetto del Covid: spingere gli Usa (e non solo) a riportare in casa la produzione di farmaci e dispositivi medicali, di cui la Cina è grande esportatrice.

Pechino frena gli investimenti
Secondo un rapporto della società di ricerca Rhodium Group e del Comitato nazionale sulle relazioni Stati Uniti-Cina, il valore degli annunci di investimenti diretti cinesi negli Usa è precipitato a 200 milioni di dollari nel primo trimestre di quest’anno, rispetto a una media di 2 miliardi al trimestre nel 2019, quando già erano ai minimi dal 2009. Nel 2016 e 2017, gli anni del boom, immediatamente precedenti all’inizio della guerra commerciale, la media era di 8 miliardi.

Nell’intero 2019, passando dall’annuncio dei progetti d’investimento alle operazioni effettuate, il flusso dalla Cina agli Usa si è fermato a 5 miliardi, dai 5,4 del 2018. Lontanissimo dai 45 miliardi del 2016.

È soprattutto la Cina ad allontanarsi (o a essere respinta) dagli Stati Uniti. Nella direzione inversa, il flusso degli investimenti diretti non si è inaridito. Gli annunci Usa nel primo trimestre sono a quota 2,3 miliardi di dollari, in linea con una media di 2,8 miliardi a trimestre del 2019. Nell’intero 2019, gli investimenti effettuati in Cina da gruppi Usa hanno raggiunto quota 14 miliardi, in crescita dai 13 del 2018 (pesa lo stabilimento Tesla a Shanghai). Secondo un report diffuso ad aprile dalla Camera di commercio americana in Cina, la maggioranza dei gruppi Usa nel Paese non ha intenzione di spostare gli impianti.

Spiega Noci: «Le catene dei fornitori si sono in parte disarticolate, ma sono talmente integrate che spezzarle è molto difficile. Anche perché l’Asia resta un mercato irrinunciabile». Un esempio: Apple sta chiedendo a uno dei suoi fornitori cinesi (Luxshare-Ict) di aumentare la produzione, per avere un’alternativa alla taiwanese Foxxconn.

Cina e Usa «sono ancora lontani dal decoupling, ma il trend non punta nella giusta direzione», afferma Stephen Orlins, presidente del Comitato nazionale per le relazioni Usa-Cina.

Frenata simmetrica per il venture capital
Gli investimenti in capitale di rischio, invece, sono crollati in entrambe le direzioni. Quelli cinesi negli Stati Uniti sono scesi dai 4,7 miliardi del 2018 ai 2,6 dell’anno scorso. Qui ha pesato il rigido controllo esercitato dalle autorità Usa. Sulla direttrice opposta, il venture capital Usa in Cina è precipitato a 5 miliardi, dai 19,6 del 2018.

L’interscambio crolla
Ad aprile, le esportazioni cinesi sono aumentate del 3,5% su base annua, contro stime che prevedevano un crollo vicino al 16%, a causa del calo della domanda mondiale determinato dalla pandemia. A salvare la situazione, sono stati i mercati asiatici: è qui che si sta, almeno in parte, reindirizzando il flusso di beni respinti dalle barriere erette da Washington.

Taiwan, Vietnam, Thailandia e Indonesia hanno aumentato l’import dalla Cina del 50% lo scorso mese. Il Giappone e la Corea hanno registrato incrementi del 20%, gli Usa di circa il 10%. E sono fortemente aumentate anche le importazioni cinesi dai vicini asiatici.

Di certo ha giocato un ruolo il minor impatto che la pandemia ha avuto sulle economie di questa area, rispetto alla paralisi negli Usa e in Europa. Ma il coronavirus sta solo accelerando il trend. Da quando la guerra tecnologica tra le due superpotenze è iniziata, con le sanzioni dell’aprile 2018 contro Zte (quelle contro Huawei arriveranno più tardi), l’industria dei semiconduttori «ha intrapreso un processo di de-americanizzazione», come nota l’economista David Goldman su Asia Times. Il Giappone, continua Goldman, vende più semiconduttori in Cina che negli Usa. Nel 2014, esportava negli Stati Uniti il triplo dei semiconduttori venduti in Cina.

Lo scorso mese, la Casa Bianca ha varato un nuovo giro di vite sull’export di tecnologie in Cina. E di recente è tornata a colpire Huawei. Il risultato sarà quello di accelerare il decoupling: «Più Washington stringe la morsa, più le imprese tecnologiche in Cina e altrove aumenteranno gli sforzi per de-americanizzare le loro catene dei fornitori», spiega Alex Capri, della National University of Singapore.

L’interscambio di beni tra Usa è Cina è passato da quasi 660 miliardi di dollari nel 2018 a meno di 560 nel 2019. Nel primo trimestre del 2020, è sceso a 99 miliardi, da 131,6 dei primi tre mesi del 2019.

«Trump - spiega Noci - ha accelerato il progresso tecnologico della Cina, che sta investendo moltissimo per creare campioni nazionali. L’enorme errore è stato poi l’uscita dalla Trans pacific partnership», negoziata da Barack Obama con i Paesi del Pacifico e che escludeva la Cina. «Washington - aggiunge Noci - ha lasciato campo aperto a Pechino, che si sta creando un mercato di sbocco alternativo. In questo modo, potrà ridurre la propria dipendenza dagli Usa in maniera meno traumatica. Il decoupling non potrà però esaurirsi nel breve periodo, perché le due economie sono troppo integrate».

Mille miliardi di ragioni

A legare le due superpotenze ci sono anche gli oltre mille miliardi di dollari in buoni del Tesoro detenuti dalla Cina: Washington ha più che mai bisogno di compratori per il proprio crescente debito pubblico, Pechino avrebbe solo da perdere nel liberarsi (facendo perdere valore al proprio tesoretto) di un asset difficilmente sostituibile.

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