guerra commerciale

Dazi Usa-Cina: le produzioni di GoPro, Dell e Samsung in fuga verso Vietnam e Messico

La spirale dei dazi sta ridisegnando a passo accelerato catene di produzione e di forniture globali per un crescente numero di imprese, statunitensi e non

di Marco Valsania


Cina, dazi annunciati da Usa violano accordo Xi-Trump

3' di lettura

Anno 2019, fuga da Pechino. Non è l’ultimo remake Hollywoodiano, ma la sceneggiatura scritta a Washington per le aziende prese in mezzo nel conflitto commerciale con la Cina. E se le previsioni di esodi in massa dal grande mercato asiatico potrebbero essere eccessive, come la nozione coltivata dalla Casa Bianca di facili rimpatri di stabilimenti e posti dei lavoro negli Stati Uniti, la spirale dei dazi sta ridisegnando a passo accelerato catene di produzione e di forniture globali per un crescente numero di imprese, statunitensi e non.

Una delle conferme più recenti è arrivata dalla società di controllo di qualità e certificazione delle supply-chain Qima, che ha sede a Hong Kong: i suoi dati mostrano che la percentuale di business orientato a uscite almeno parziali dalla Cina può raggiungere l’80% negli Stati Uniti e il 67% in Europa. Meta: anzitutto il Sudest asiatico, con la domanda di ispezioni in Vietnam, Indonesia e Cambogia cresciuta tra il 15% e il 25 per cento. La domanda di simili servizi da parte di aziende Usa in Cina è invece caduta del 13 per cento.

Simili cifre precedono la minaccia di continue escalation e gli annunci di nuovi dazi, che potrebbero intensificare il fenomeno considerando l’impatto sull'intero import del Made in China compresi articoli di largo consumo dai giocattoli agli smartphone. Sondaggi tra le imprese statunitensi della stessa US Chamber of Commerce, principale organizzazione confindustriale statunitense, hanno evidenziato che il 41% di 250 aziende sentite ha progettato o sta valutando traslochi manifatturieri. Questo dopo che, all’ultimo conteggio, oltre una cinquantina di grandi marchi, da Apple a Nintendo, ha già annunciato piani per riconfigurare le attività potenziando una presenza fuori dai confini cinesi, spesso premiando altre nazioni a basso costo che oltre a quelle del Sudest comprendono il Messico, divenuto ora primo partner commerciale degli Stati Uniti. Piani di qualche ritorno di operazioni negli Usa, ad oggi, nonostante gli appelli di Trump, li ha soltanto il 6% delle società interpellate.

I riassetti, avvertono gli esperti, non significano necessariamente un completo abbandono di Pechino. Numerose aziende continuano a contare per ora su impianti cinesi difficile da sostituire, anzitutto in segmenti più sofisticati, e ad avere strategie di produzione locale per il grande mercato del Paese. Ma le pressioni per uno sganciamento aumentano e si consolidano e dovrebbero lasciare traccia di sé qualora dovessero rientrare gli scontri e ancor più nel caso di una protratta conflittualità. Tra le magnifiche 50 con piani di ridimensionamento in Cina, avanguardia del “decoupling” tra due economie che negli ultimi vent’anni avevano al contrario conosciuto boom di interscambi e investimenti reciproci, si contano protagonisti influenti quali quelli dell'hi-tech, settore tra i più danneggiati nella spirale dei dazi. Apple ha immaginato di spostare dal 15% al 30% della sua produzione dalla Cina all’India, compresa i più recenti modelli di iPhone. Un’India che secondo le associazioni bilaterali di sostegno al business oggi attira richieste da più di 200 società a stelle e strisce per identificare località dove far sorgere fabbriche.

Dell, leader nei Pc, guarda a Taiwan, Vietnam e Filippine per i suoi laptop, come pure HP, entrambe con l’obiettivo di trasferire quasi un terzo della produzione. GoPro dovrebbe sfornare le sue telecamere indossabili in Messico. La nuova prudenza cinese contagia Microsoft e giganti Internet quali Amazon e Google, che guarda a Taiwan. La coreana Samsung è sua volta attratta dal Vietnam. E nelle strategiche attività di server per centri dati, quali Quanta, Foxconn e Inventec, si sono spostati vero Taiwan, Messico e anche la Repubblica Ceca.

In movimento sono anche settori più tradizionali, qui secondo gli analisti frutto, più che di inedite fughe, dello sviluppo di una tendenza già in corso legata all’aumento dei costi in Cina. L’americanissimo marchio Steve Madden ha camminato verso la Cambogia. E nell’abbigliamento Gap cucirà a spedirà indumenti dall’Indonesia e dal Bangladesh oltre che dal Vietnam. Nell’industria i giapponesi di Komatsu hanno scelto Thailandia e Stati Uniti per le loro pesanti macchine per costruzioni e settore minerario. Il Messico è nuova patria per componenti e accessori auto di un altro gruppo nipponico, Panasonic. La conterranea Kyocera porterà le sue stampanti ancora una volta in Vietnam. Anche aziende cinesi - quali la Lenovo di Hong Kong - stanno ormai preparando l'uso di stabilimenti fuori dai confini per evitare i dazi.

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