stallo a palazzo madama

Ddl tortura, non riparte l’esame in Senato malgrado il patteggiamento a Strasburgo

di Andrea Gagliardi

(ANSA)

4' di lettura

Lo stallo resta. Non è bastato il patteggiamento a Strasburgo, con il riconoscimento da parte del governo di abusi e violenze commesse dalle forze dell’ordine durante il G8 di Genova contro i manifestanti per vedere uno sprint in Parlamento dell’esame del disegno di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento. Il provvedimento, alla sua terza navetta tra Senato e Camera, dopo essere sparito dai radar lo scorso luglio a palazzo Madama, era stato inserito nel calendario dei lavori dell’Aula subito dopo la relazione della commissione Moro. Ma la ripresa dell’esame slitterà sicuramente dopo Pasqua visto che i decreti, come quello sulla sicurezza, hanno la precedenza e visto che restano diversi nodi da sciogliere.

Gli impegni del governo
Eppure nella «risoluzione amichevole» raggiunta dal governo italiano con sei dei 65 cittadini - tra italiani e stranieri - che hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, si impegna «a adottare tutte le misure necessarie a garantire in futuro il rispetto di quanto stabilito dalla Convenzione europea dei diritti umani», compresa «l’esistenza di sanzioni penali per punire i maltrattamenti e gli atti di tortura». Va ricordato infatti che nel processo alle forze di polizia per le violenze nella caserma di Bolzaneto quasi tutto è stato coperto dalla prescrizione e dall'indulto per l’assenza del reato di tortura dal nostro ordinamento. Non solo. A fine gennaio il Guardasigilli Andrea Orlando ha ribadito l’impegno del governo a introdurre il reato («Non possiamo - ha detto - perdere altro tempo nell'affermare un principio che tra l'altro ci viene richiesto anche in sede europea e internazionali»). L’ultimo monito in tal senso, a livello europeo, risale allo scorso 13 marzo, da parte del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa . L'Italia del resto risulta inadempiente da quasi 30 anni all’obbligo previsto dalla Convenzione di New York (firmata firmata nel 1984 e ratificata da noi nel 1988) di inserire il reato di tortura nell'ordinamento.

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Gli schieramenti in campo
Il Senato ha sospeso lo scorso luglio l’esame del disegno di legge che punta ad introdurre nel codice penale italiano il reato della tortura. Il nodo è politico. Il centrodestra, praticamente compatto, parla di «provvedimento che penalizza le forze dell’ordine». Dubbi, all’interno della maggioranza, sono stati sollevati anche dai centristi di Ap («non possono esserci equivoci - dichiarò a luglio l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano dopo lo stop all’esame del ddl - sull’uso legittimo della forza da parte delle Forze di Polizia»), mentre un inedito schieramento formato Pd, M5S e Sel, mira ad una sua approvazione in tempi rapidi. Il testo, che ha come prima firma quella di Luigi Manconi (Pd), che lo presentò in Senato nel marzo 2013 (tra i primi progetti di legge della legislatura ad approdare in Parlamento), ha avuto sin dall’inizio un iter complicato, con le forze dell’ordine che da sempre hanno espresso perplessità sul disegno di legge anche in varie audizioni.

Le modifiche al testo
Approvato il 5 marzo del 2014 a Palazzo Madama, il ddl è stato poi praticamente riscritto alla Camera, che l’ha licenziato il 9 aprile 2015. Poi, la commissione Giustizia del Senato, presieduta da Nico D’Ascola (Ap-Ncd), ha di nuovo modificato il testo. Prima di tutto, nelle varie letture che ci sono state, il reato è passato da “proprio” a “comune”: il fatto che possa essere commesso da un agente delle forze dell’ordine diventa solo un’aggravante. In più, sono state ridotte le condanne: l’agente di polizia che ha commette il reato di tortura rischia da 5 a 12 anni, mentre per la Camera la pena era dai 5 ai 15 anni. Non solo. Nella prima versione del testo passata nel 2014 nell’Aula del Senato con 231 sì nel 2014, l’articolo 1 del ddl stabiliva che perché si concretizzasse il reato di tortura le “violenze” e le “minacce” dovevano essere “gravi”. Poi la Commissione ha proposto che le violenze e le minacce oltre che “gravi” dovessero essere anche “reiterate”. Alla fine la parola viene soppressa, ma il clima è rimasto teso infuocato.

G8, Italia ammette torti e patteggia

I nodi politici
Nel patteggiamento di fronte alla Corte europea l'Italia è tornata a promettere l’introduzione del reato, assicurando peraltro l'impegno anche «a predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per gli appartenenti alle forze dell'ordine». Ma per capire gli umori del Parlamento, soprattutto nel centrodestra, basta registrare la reazione di Elvira Savino, capogruppo di Forza Italia in Commissione Politiche della Ue alla Camera, per la quale quella dei corsi di formazione specifici «è una decisione vergognosa perché è come se il governo avesse ammesso che abitualmente non le forze dell’ordine li rispettano». Del resto, quando a luglio l’esame del ddl slittò “sine die” tra i più soddisfatti fu il leader della Lega Matteo Salvini, euforico per il fatto che la Lega fosse riuscita a bloccare «Renzi e Pd che avrebbero voluto complicare la vita a poliziotti, carabinieri e uomini in divisa». «Noi - dichiarò - stiamo con chi ci difende».

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