Interventi

Ddl Zan, è proprio necessario scomodare il diritto penale? Forse no

La legge contro l'omofobia introduce reati contro la discriminazione di genere, ma quel che serve davvero è promuovere la cultura del rispetto

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

Politici ed artisti in piazza: "approvate il Ddl Zan"

4' di lettura

Mentre gli italiani si dividono tra “favorevoli” e “sfavorevoli” al Ddl Zan, con manifestazioni pro e contro, fotografie di mani sui social network che “dicono di sì” o “dicono di no”, noi riusciamo ad avere entrambe le posizioni. Non a diffondere le nostre mani dipinte, ma questa (forse) è una questione generazionale.

Siamo convinti che il diritto penale non sia lo strumento più adatto a porre argine a una inciviltà come la discriminazione. E non solo basata sul sesso o sul genere, ma anche su altro, come la lingua, la religione, la “razza”, qualunque cosa si intenda per tale. Certo, ciò salvo i casi di diffamazione e ingiuria, ovvero quando è leso un bene giuridico ben individuabile come la reputazione o l'onore, aggravate dall'avere agito per motivi abbietti o futili, come sono quelli che fanno leva sulla sessualità.

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Il messaggio dei padri costituenti

Una simile impostazione sembra più in linea con l'architettura disegnata dai nostri padri costituenti, che hanno voluto una democrazia generosa con i propri nemici. Molti di loro avevano sofferto, letteralmente sulla propria pelle, l'oppressione dei più elementari diritti, eppure avevano una tale fiducia nella libertà, da ritenere che non fosse necessario togliere la parola a chi nega i principi su cui la stessa libertà si poggia. Il messaggio avvelenato sarebbe stato espulso, senza bisogno dei “Carabinieri”.

Reati di opinione raramente in tribunale

I reati di opinione, poi, fanno di rado capolino nei tribunali, a dimostrazione che si tratta spesso di disposizioni introdotte più per affermare un principio che per dare risposta a un fenomeno. La vicenda della aggravante di “negazionismo”, che a quanto consta non risulta mai essere stata contestata in un processo nei cinque anni successivi alla sua entrata in vigore nel 2016, è emblematica in tal senso. Ma questa non è la funzione del diritto penale.

Va detto del divieto di ricostituzione del partito fascista, assistito, questo sì, da una sanzione penale. Tuttavia, ciò si spiega per ragioni storiche, di reazione al regime appena passato e, in ogni caso, anche il reato di apologia ha sempre richiesto un principio di azione, ovvero l'avere fatto sorgere il pericolo concreto di un ritorno degli ideali del Ventennio.

Quanto poi alla istigazione a delinquere e ai delitti contro la persona, l'ordinamento già oggi non è privo di strumenti di contrasto, anche di una certa severità, se si applicano le aggravanti già esistenti.

Una disposizione infelice

Disposizione davvero infelice, poi, è quella di cui all'art. 4, spesso citato nelle polemiche, non sempre a proposito, secondo cui «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte» sono libere «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Non ci pare sia a sua volta un pericolo per la libertà di espressione, ci pare piuttosto una provocazione a Occam e al suo rasoio: perché scrivere in una legge ordinaria una regola già vigente a livello costituzionale?

Insomma, sotto il profilo squisitamente costituzionalistico e penalistico, tra le righe dell'intero testo spira aria di “intervento di bandiera”: regole introdotte per sancire un postulato, indipendentemente dalla loro indispensabilità, come sempre dovrebbe essere una nuova disposizione criminale.

In Italia problema culturale non irrilevante

Non si può negare, tuttavia, che nel nostro Paese sia esistito fino a non poco tempo fa, e probabilmente resista ancora in alcune “sacche”, un problema culturale non irrilevante in termini di accettazione della diversità rispetto al binomio tradizionale maschio-femmina (con una, tutta italica e non di rado ammiccante, predilezione per il maschio, quando si tratta di ruoli di potere). Una simile questione ha radici talmente profonde che sarebbe illusorio pensare di dissotterrarle, anche solo per cenni. Ciò detto, il diritto penale non ci pare il miglior diserbante per questa mala pianta.

Bisogna però ammettere che, se esiste un reato per l'istigazione alla discriminazione di quelle che storicamente sono le minoranze perseguitate, almeno di recente, è del tutto ovvio che, oltre alla lingua, alla religione e alla “razza”, sia introdotto il sesso. L'argomento sessuale, infatti, variamente declinato, è stato – ed è tragicamente tuttora – utilizzato per distinguere irragionevolmente, limitando i diritti.

Il tentativo di diffondere una cultura meno retrograda

E bisogna anche ammettere che la recente iniziativa legislativa non si riduce all'introduzione di delitti e aggravanti. Il legislatore per una volta non si limita ad affidarsi all'effetto simbolico del diritto penale, ma tenta la strada, auspicata da molti, raramente percorsa, della diffusione di una cultura meno retrograda e più in linea con i principi costituzionali. L'introduzione di una giornata che promuova la cultura del rispetto di ogni orientamento, anche sessuale, il coinvolgimento delle scuole e la previsione nei programmi didattici di cerimonie (speriamo poche) e incontri (speriamo molti e che siano di studio) volti a promuovere la cultura inclusiva.

Simili iniziative, se considerate fuori da ogni partigianeria, non dovrebbero incontrare alcuna resistenza, poiché trovano ispirazione nel valore della dignità della persona, tra i principi di più alto livello che innervano l'intero testo costituzionale. E al quale, quindi, dovrebbe costantemente modellarsi una funzione cardine come quella della pubblica istruzione.

Insomma, di fronte a un problema, vero e serio, da sempre funziona di più un sussidiario o una conferenza, che l'ennesima grida manzoniana.

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