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De Bellis, non si può essere artisti contemporanei se si vive nel passato dell’arte

Il pedigree dato dalla nostra storia, arte e cultura non deve farci sentire superiori ma alimentare la nostra sete di presente: le accademie devono rinascere per recuperare il tempo perduto

di Marilena Pirrelli

3' di lettura

Qualche mese fa abbiamo intervistato Vincenzo de Bellis per il Report
«Quanto è (ri)conosciuta all'estero l'arte contemporanea italiana?» realizzato da Silvia Anna Barrilà, Franco Broccardi (BBS-Lombard Art + Culture), Maria Adelaide Marchesoni, chi scrive e Irene Sanesi (BBS-Lombard Art + Culture), con il supporto di Arte Generali. Curatore e direttore associato dei programmi, arti visive del Walker Art Center di Minneapolis negli States, de Bellis ci ha aiutato ad analizzare e comprendere il funzionamento del sistema di sostegno alla produzione artistica contemporanea nel nostro paese. Qual è il uso stato di salute senza lesinare in valutazioni talvolta scomode. Grazie al suo ruolo internazionale – ora il nuovo incarico assegnato da ArtBasel dal prossimo agosto è Director Fair and Exhibition Platforms per le quattro fiere a Basilea, Parigi, Hong Kong e Miami Beach, oltre a guidare nuovi eventi e iniziative – siamo partiti dalla visibilità che gli artisti del nostro paese hanno a livello internazionale.

Quali sono, nella tua esperienza, gli artisti italiani contemporanei (in vita) che hanno raggiunto maggiore visibilità all'estero e grazie a quali fattori (per es. gallerie, biennali, mostre, curatori, ecc.)?
Attualmente viventi sono Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Maurizio Cattelan, Francesco Vezzoli, Rudolf Stingel. Le ragioni sono molteplici. Principalmente è la forza del lavoro che conta, perché le gallerie o i curatori non possono cambiare (contrariamente a quanto comunemente la gente pensa) la carriera di un artista se questi non è sostenuto da un lavoro molto potente.Ovviamente ci sono tantissimi artisti con lavori molto potenti che non hanno avuto la stessa visibilità, quindi la potenza del lavoro non basta. La serietà e il sostegno delle gallerie è l’aspetto più importante tra quelli che citate.

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Quali sono, nella tua opinione, gli artisti italiani contemporanei che non hanno ancora raggiunto adeguata visibilità per il loro valore artistico e quali sono le cause di questa mancata valorizzazione?
Tra i viventi ormai storicizzati direi Pier Paolo Calzolari, Giulio Paolini e Luigi Ontani, mentre tra i mid-career direi Roberto Cuoghi, Lara Favaretto, Rosa Barba, Francesco Arena e Pietro Roccasalva. Le ragioni anche qui sono molteplici, ma in generale direi che una caratteristica comune – tranne per Rosa Barba – è una certa ed eccessiva italianità. Intendo un'attitudine e se vogliamo una convinzione di rappresentare una sorta di pedigree dato dalla nostra storia, arte e cultura. Ma come si può pensare di essere contemporanei se si pensa di vivere nel passato? Dovremmo pensare a cosa rappresentiamo ora nel mondo, non siamo centrali in molte cose, anzi, pertanto la nostra arte contemporanea, che rappresenta la società attuale, non ci può vedere primeggiare. Poi ci sono problemi endemici nel sistema contemporaneo nazionale che certamente influiscono tantissimo.

Quali sono, nella tua esperienza, le tappe e gli elementi che favoriscono la carriera internazionale di un artista italiano contemporaneo? E dove il sistema italiano è carente nel sostenere l'arte contemporanea italiana sulla scena artistica internazionale?
Penso che gli artisti italiani debbano muoversi di più, diventare cittadini del mondo e smettere di pensare di sapere di più degli altri. Sarà così, anzi è così! Ma a che cosa serve se il mondo attuale è tutto concentrato su alcuni temi sui quali noi italiani (tutti) siamo molto poco attenti, concentrati come siamo a difendere la nostra supposta superiorità culturale data ancora dalla nostra storia antica e rinascimentale! Il lavoro deve essere attuale e parlare a tutti, senza togliere nulla alla sua italianità. Poi parlare di artisti italiani o di italianità a me già mi sembra molto sbagliato, ma tant’è. Poi serve cambiare RADICALMENTE il sistema delle accademie. Fare l’artista è un mestiere, un lavoro, come lo è il curatore. Non è una missione. Il modo di insegnare arte in Italia è vetusto e non prepara al mondo dell’arte attuale. Servono professori internazionali, servono legami commerciali, servono insegnamenti imprenditoriali. Gli artisti imparano dagli artisti, ma se gli artisti che insegnano nelle accademie non sono artisti di successo, come possono insegnare agli altri? Abbiamo perso decenni e non abbiamo formato artisti contemporanei. Se partiamo ora, tra 20 anni avremo degli artisti realmente contemporanei. A ruota poi seguono le gallerie e i musei, ma la vera penuria oggi in italia sta nella mancanza totale di formazione di livello. Mancano artisti e questo ricade su tutti gli altri: gallerie, musei, collezionisti, ecc..

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