Epistolario & catalogo

De Chirico in punta di penna e di pennello

di Ada Masoero


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Giorgio de Chirico «Autoritratto», 1922

3' di lettura

Che de Chirico non avesse un carattere facile, è risaputo. Ma leggendo le 460 lettere da lui scritte tra il 1909 e il 1929 a intellettuali e artisti di primo rango (Apollinaire, Soffici, Papini, Breton, Tzara, Paul e Gala Eluard...), a collezionisti, galleristi, mercanti (Paul Guillaume e Léonce Rosenberg), e a giovani donne di cui era invaghito, raccolte e sapientemente commentate da Elena Pontiggia nel volume voluto dalla Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, non si può non provare per lui un moto di solidarietà, a dispetto del veleno di cui molte sono intrise.

Nato bene (nel 1888), abituato agli agi di una famiglia colta e benestante, il cui tenore di vita decadde alla morte prematura del padre, da quando diventò pittore de Chirico dovette affrontare umiliazioni e «imbarazzi finanziari» (così li definisce, con pudore, quando sollecita pagamenti, anche minimi) e si trovò a fronteggiare da un lato l’ostilità di personaggi come Roberto Longhi, che stroncò crudelmente la sua prima personale (nel 1919 a Roma, da Bragaglia), dall’altro a rintuzzare i colpi sferrati dai Surrealisti, che da Parigi sbeffeggiavano la svolta classicista del dopoguerra.

Certo, nelle sue lettere de Chirico non risparmia nessuno: Prezzolini? «un fegatoso semi-imbecille»; Spadini? «un impressionista idiota»; Max Jacob? «un parassita della letteratura»; Paul Guillaume? «un uomo senza fede e senza pudore [che] tratta i miei quadri come un salume avariato»; Carrà? «plagia in modo spudorato le mie pitture». Quanto a de Pisis, in base agli umori, può essere «un rompicoglioni senza talento» oppure, poco dopo, «una delle più forti intelligenze che io conosca» e poi ancora, un mese dopo: «un cretinoide, una specie di Hélène [d'Oettingen] di Parigi trasformata in uomo».

Umorale e bilioso, ma anche generoso con chi stima, come Giorgio Morandi e Arturo Nathan, che promuove presso gli amici critici e letterati; correttissimo con la giovane fidanzata di Ferrara, Antonia Bolognesi, che non poté sposare per le ristrettezze economiche, il de Chirico che le lettere ci consegnano è un uomo tormentato. Ma fra queste lettere (di cui mancano le risposte: lui, sempre randagio, non conservava nulla) ci sono anche quelle, illuminanti, in cui parla della sua arte. Al compagno di studi giovanili a Monaco, Fritz Gartz, in una lettera la cui datazione controversa, qui assegnata al 26 dicembre 1910, ha scatenato più d’una diatriba fra gli studiosi, narra la nascita della metafisica, frutto del pensiero di Nietzsche: «i miei [nuovi] quadri sono piccoli, ma ognuno è un enigma, ognuno racchiude una poesia, un’atmosfera, un presagio, che Lei non può trovare in altri quadri. Per me è una gioia terribile averli dipinti – quando li esporrò sarà una rivelazione per il mondo intero», concludendo: «le dirò una cosa in un orecchio: sono l’unico che ha capito Nietzsche – tutte le mie opere lo dimostrano». Ad altri dichiarerà in seguito la nuova ossessione per il «mestiere», che lo conduce nei musei e fra antichi trattati di tecnica pittorica (a Breton, nel 1921: «Mi sono messo con pazienza di un alchimista a filtrare le vernici, macinare i colori»); ad altri scriverà di sentirsi protagonista, con il fratello e pochi altri, di un «nuovo rinascimento». Salvo poi precipitare nella disillusione.

Ma nel quarantennale della sua morte, la Fondazione a lui intitolata ha voluto dedicargli anche il quarto volume, bilingue, del catalogo generale, in cui figurano 451 opere dal 1913 al 1975 non presenti né nella catalogazione di Claudio Bruni Sakraischik (1971-1987) né, ovviamente, nei tre recenti volumi che l’hanno preceduto: tutte archiviate dalla Fondazione con un «giudizio super partes, espresso con rigore e assoluta indipendenza dai membri del Comitato», precisa il presidente Paolo Picozza. E dopo il saggio di Lorenzo Canova, il volume regala un’autentica prelibatezza, pubblicando una stesura inedita, più ampia e più “pirotecnica”, del suggestivo testo Zeusi l’esploratore, uscito sì nel 1918 sulla reputatissima rivista «Valori Plastici» di Mario Broglio, ma in una veste ben più formale.

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