il banchiere russo

Il banchiere di Vtb Kostin: «Riduciamo l’uso del dollaro, così la Russia si protegge dalle sanzioni»

Andrey Kostin è uno dei protagonisti più attivi del sistema bancario russo, alla guida di Vtb Group dal 2002. Abbiamo raccolto la sua opinione sull’impatto delle sanzioni sull’economia russa, sulla riduzione dell’uso del dollaro e sui rapporti con l’Italia

di Antonella Scott

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Andrey Kostin, presidente e Ceo di Vtb Group

Andrey Kostin è uno dei protagonisti più attivi del sistema bancario russo, alla guida di Vtb Group dal 2002. Abbiamo raccolto la sua opinione sull’impatto delle sanzioni sull’economia russa, sulla riduzione dell’uso del dollaro e sui rapporti con l’Italia


8' di lettura

Negli anni 90 si chiamava Vneshtorgbank, responsabile per le operazioni commerciali dell’Urss con l’estero. Insieme a Sberbank, Vtb è una delle principali banche russe, espressione del desiderio dello Stato - principale azionista - di essere presente a livello internazionale con una banca d’investimento globale. Andrey Kostin, 63 anni, guida Vtb dal 2002. Oggi lui e la sua banca sono nella lista nera delle sanzioni americane per la crisi ucraina; l’economia russa non marcia all’altezza delle proprie possibilità; e tra Unione Europea, come dice lo stesso Kostin - in italiano - in questa intervista al Sole 24 Ore - «non è tutto rose e fiori».

Eppure il presidente e Ceo del Gruppo Vtb ha senso dell’umorismo: lo scorso anno si è presentato all’assemblea degli investitori di Vtb vestito da Obi-Wan Kenobi, mettendo in guardia «i cavalieri della galassia Vtb» dai «rischi cosmici». Per proteggere la Russia dalle sanzioni, e minimizzarne l’esposizione nei confronti degli Stati Uniti, Kostin promuove il processo di de-dollarizzazione avviato dalla Banca di Russia e dal governo. In Italia per partecipare al Forum economico di Verona dell’Associazione Conoscere Eurasia, il responsabile di Vtb parla di questo, della ricaduta positiva della de-dollarizzazione sulle banche europee, del ruolo dello Stato russo nell’economia, i rapporti con l’Italia. Con un messaggio finale che affida ancora una volta a una parola italiana: «Non dimentichiamo il domani».

Viviamo da 5 anni nell’era delle sanzioni. Alcuni guardano al rafforzamento dell’industria russa che ne è derivato, altri sottolineano le opportunità perdute per lo sviluppo del Paese. Qual è la sua opinione?
Entrambi hanno ragione. Le sanzioni hanno generato incertezza, bloccato progetti, spaventato gli investitori. Sanzioni vuol dire opportunità di business perdute per tutte le parti. Le stime variano, ma alcune mostrano che la Russia dal 2014 ha perso circa 50 miliardi di dollari, mentre la Ue ne ha persi 240 e gli Usa 17.

L’economia russa si è adattata a un ambiente più “rigido”. Malgrado gli investimenti stranieri diretti abbiano sofferto, gli investitori di portafoglio hanno fiducia nei fondamentali macroeconomici russi: la quota di detentori stranieri di titoli di Stato sovrani russi denominati in rubli, gli Ofz, è cresciuta dal 19% di fine 2014 a circa il 30% attuale. La chiusura dei mercati del capitale stranieri ha spinto i principali istituti finanziari, Vtb compresa, ad ampliare la base di finanziamento locale, riducendo i costi per essere più efficienti. Infine, la politica di import substitution ha sostenuto molti produttori domestici, a chiaro vantaggio di settori importanti come l’agricoltura. Anche se, sfortunatamente, non possiamo gustare pasta italiana con mozzarella genuina o salsicce piccanti italiane.

Come valuta le misure prese dalla Banca centrale russa e lo sforzo del governo per ridurre l’esposizione della Russia al dollaro?
La Russia prosegue sulla strada della de-dollarizzazione. Una quantità crescente di scambi commerciali con l’estero viene ora effettuata in rubli, euro, yuan. La quota degli accordi definiti non in dollari nell’export con Ue, Cina e Paesi Brics è salita a più del 50%. Le banche e le imprese russe hanno ridotto la propria dipendenza dai finanziamenti esteri, denominati principalmente in dollari. La quota degli assets in dollari nelle riserve in valuta è stata dimezzata. Il mese scorso Rosneft, la più grande compagnia petrolifera russa, ha fatto dell’euro la principale valuta per tutti i suoi nuovi contratti di esportazione. Credo che le banche europee beneficeranno dall’aumento dell’uso dell’euro nelle transazioni internazionali da parte delle compagnie russe.

Per facilitare i pagamenti in valute diverse dal dollaro, la Banca di Russia ha lanciato il proprio sistema di messaggistica finanziaria Spfs, alternativa a Swift. Sistema che si è dimostrato affidabile, oltre a offrire tariffe competitive. La de-dollarizzazione è soprattutto una sana strategia di gestione del rischio. L’esposizione al biglietto verde sta diventando più rischiosa, a causa dell’uso di questa valuta come di un’arma.

Le banche russe sono meglio protette ora da eventuali decisioni americane?
Non c’è dubbio che il settore bancario russo sia oggi molto più reattivo a tutti i tipi di rischi rispetto a 5 anni fa. È sufficientemente capitalizzato. Dato l’accesso limitato ai finanziamenti stranieri, le banche russe hanno anche rivisto strategie e modelli di business. Le banche più “deboli”, sovraesposte ai rischi, stanno lasciando il mercato. La Russia ha rafforzato l’infrastruttura finanziaria nazionale per ridurre la dipendenza dai fornitori stranieri di servizi finanziari. Dal 2015, la maggior parte delle transazioni viene effettuata tramite il sistema nazionale delle carte di credito. È stata introdotta con successo la carta di pagamento “Mir”: le carte emesse sono più di 58 milioni, il 20% del mercato russo.

Che cosa pensa delle critiche che vengono rivolte alla linea di politica monetaria di Bce e Fed?
I regolatori sono passati dallo status di rock star degli anni 2008-2013, salvatori dei mercati (se non del mondo) e delle valute, a essere incolpati per i rischi legati alle trappole della liquidità. Non ho dubbi che nell’affrontare la crisi i dirigenti di Fed e Bce, come quelli di altre banche centrali, siano stati guidati da solidi giudizi professionali e dagli interessi delle rispettive economie. Calcolando il “contributo” all’economia globale delle banche centrali, il Fondo monetario internazionale dice che senza questo continuo e simultaneo allentamento monetario, nelle economie avanzate ed emergenti la crescita annua sarebbe inferiore allo 0,5%, nel 2019 come nel 2020.

Detto questo, la politica delle banche centrali ha davvero condizionato il modello bancario. Incontro regolarmente i banchieri europei e so quanto il settore stia faticando nell’affrontare le sfide della redditività e della regolamentazione. I tassi negativi riducono i profitti, mentre l’attuazione del carico regolatorio impone costi elevati. Rispetto agli Usa, le banche europee si sentono più sotto pressione. Tuttavia, non dovremmo dare tutta la colpa alle banche centrali. Le attuali tendenze macroeconomiche derivano principalmente dai cambiamenti strutturali dell’economia globale che riguardano i risparmi, il comportamento dei consumatori, gli investimenti e la produttività. Mi riferisco all’invecchiamento della popolazione, ai progressi tecnologici, per non parlare dei rischi politici. C’è soprattutto questo dietro al rallentamento economico.

L’Italia ha un nuovo governo. Questo può influire sui rapporti con la Russia?

Per la Russia l’Italia è uno dei principali partner politici ed economici. Manteniamo costantemente un dialogo politico intenso, anche ai massimi livelli. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita degli scambi bilaterali. I cambiamenti di governo in Italia non hanno mai influenzato la consistenza e la stabilità delle nostre relazioni. In Russia apprezziamo molto l’approccio equilibrato e pragmatico che i leader italiani hanno dimostrato riguardo alle sanzioni. Quindi non ci aspettiamo alcuna sorpresa negativa riguardo al nuovo governo italiano. Al contrario, sono sicuro che la linea politica verso la Russia resterà la stessa, e i nostri Paesi e gli ambienti imprenditoriali continueranno a sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa.

Quanto è importante l’Italia per Vtb?
Il Gruppo Vtb ha antichi legami di fiducia con l’Italia. Negli anni abbiamo stabilito un solido rapporto di lavoro con le principali banche e istituzioni finanziarie italiane, per esempio la Sace. Apprezziamo anche le possibilità di scambi informali con i leader politici e gli imprenditori in occasione di eventi come il Forum economico eurasiatico di Verona o il Forum annuale Russia Calling! ospitato da Vtb Capital. Sono inoltre lieto di annunciare che Vtb Bank è sponsor ufficiale della mostra “La Madonna Litta. Leonardo e i suoi allievi” al museo Poldi Pezzoli di Milano. La “Madonna Litta” di Leonardo arriverà dall’Ermitage di San Pietroburgo.

Che tipo di crescita è ragionevole aspettarsi oggi per l’economia russa, e quali potrebbero esserne i motori principali?
Nel 2018 l’economia russa è cresciuta a un tasso del 2,3%. Sarà molto inferiore, quest'anno, all’1,3%. E tuttavia, i prerequisiti principali per crescere ci sono: stabilità macroeconomica, surplus di bilancio, consistenti riserve in valuta, una solida politica fiscale, ben comunicata, e un sistema bancario reattivo, con tassi in diminuzione. Però, l’economia non risponde in modo adeguato. A causa soprattutto di bassi investimenti e ridotta domanda dai consumatori. I motori possono essere i progetti nazionali.

I grandi piani di spesa promossi dal Cremlino. Sono la strada giusta?
Si tratta di investimenti statali e privati, per un totale di 25,7 trilioni di rubli (più di 360 miliardi di euro al cambio corrente) da spendere nell’arco dei prossimi cinque anni in 13 grandi aree, dalle infrastrutture alla sanità. Se tutto andrà come previsto, vedremo una crescita del 3% nel 2021.

Che ruolo avrà Vtb in questo sforzo?
Vtb partecipa attivamente a questi progetti. Per la nostra esperienza ci concentriamo su edilizia e ambiente urbano, piccole e medie imprese, trasporti ed economia digitale. Vogliamo vedere abitazioni e mutui più accessibili, un ruolo maggiore per le Pmi, maggiore efficienza nei trasporti. Vogliamo davvero il successo di questi progetti.

Pur apprezzando il rigore nella gestione finanziaria del governo russo, molti economisti auspicano interventi più attivi per incoraggiare la crescita in Russia. Qual è la sua opinione?
Io sosterrei una linea di stimoli mirati. A differenza dall’Europa, noi vorremmo un’inflazione più bassa per poter incentivare credito e investimenti. L’helicopter money non è un’opzione. D’altra parte, nel momento in cui il budget viaggia con un surplus al 2,7% del Pil come nel 2018, il governo non dovrebbe restare seduto sugli allori, ha la possibilità di passare a una politica fiscale più accomodante. Per stimolare la domanda, secondo me, si potrebbe sostenere di più chi ha bisogno. Abbiamo più di 9 milioni di occupati con salari vicini al livello di sussistenza, tassati alla pari degli altri. Si potrebbe allentare il regime fiscale per loro, in modo che possano permettersi di più. La questione fiscale è cruciale anche per le Pmi, segmento chiaramente sottosviluppato in Russia. Un regime fiscale più favorevole incoraggerebbe l’iniziativa privata e la competizione.

Naturalmente il business prospera nell’ambiente giusto: il Paese ha un gran bisogno di rafforzare il clima per gli investimenti con meno regolamenti, più mirati. Speriamo che la “ghigliottina regolatoria” proposta dal governo faccia effetto, e che vengano eliminate le restrizioni per le imprese che ora hanno a che fare con norme spesso inefficienti e sovrabbondanti.

C'è chi critica lo Stato per il ruolo eccessivo nell’economia, e per la paura di attuare riforme che potrebbero rafforzare la presenza e la libertà d’azione degli imprenditori privati. Condivide queste critiche?
Su questo ci sono opinioni diverse. Il Fondo monetario internazionale fissa al 33% la quota dello Stato nel Pil russo, le stime ufficiali russe sono più alte: al 60-70%. Comunque sia, la posizione dello Stato si basa sulla sua profonda impronta nei settori chiave, per esempio petrolio e gas. Prendiamo Gazprom e Rosneft, solo questi due giganti insieme contribuiscono al 12-14% del Pil. Negli ultimi 5-6 anni, nel settore bancario, lo Stato ha aumentato la propria quota dal 50 al 70%. Guardiamo perché: la Banca centrale russa non ha volutamente perseguito una politica di nazionalizzazione. Istituti privati sono falliti, o si sono visti revocare le licenze, a causa di pratiche fraudolente, riciclaggio, gestione irresponsabile del rischio. Negli ultimi due anni la Banca centrale ha speso più di 800 miliardi di rubli (12,5 miliardi di dollari) nella ricapitalizzazione di cinque grandi banche private russe, con le loro sussidiarie. La Banca centrale vede le preoccupazioni del mercato, e certamente intende riportare sul mercato le banche di cui detiene temporaneamente una grossa quota, non appena c'è l'occasione.

L’indebitamento delle famiglie russe suscita preoccupazione. Quanto è grave questa minaccia, cosa possono fare le banche?
Non credo sia una minaccia. L’indebitamento complessivo delle famiglie in Russia è ancora basso: il rapporto tra il totale dei prestiti al consumo e il Pil è pari al 17%, rispetto al 23-25% medio nei mercati emergenti. I debiti coprono soltanto il 10% del reddito totale delle famiglie. Detto questo, ci sono diversi milioni di persone con redditi bassi che stipulano prestiti superiori alle loro capacità di rimborso. E prendono soldi non soltanto dalle banche commerciali, ma anche dalle cosiddette organizzazioni del microcredito, che offrono prestiti al consumo a tassi più elevati: bisogna controllarle di più. La regolamentazione bancaria nel retail si sta già irrigidendo. Da ll’ottobre 2019 tutte le banche commerciali sono obbligate a calcolare il rapporto pagamenti/reddito dei loro clienti, prima di concedere un prestito.

Lo scorso anno lei aveva parlato di “rischi cosmici” per il mondo. Qual è oggi il suo avvertimento per l’anno che viene?
Possiamo seguire sul radar i rischi chiave per l’economia globale. Il prossimo anno può portare un rallentamento dell’economia globale, guerre commerciali, incertezze e la campagna elettorale americana. La solidità di governi e imprese verrà messa alla prova. Ma io credo che dovremmo lanciare lo sguardo oltre, e vedere quali rischi potrebbero emergere dalla quarta rivoluzione industriale. A livello governativo, dovremmo studiare gli effetti della robotica sul mercato del lavoro e che cosa si dovrebbe fare nella formazione a tale proposito. Dobbiamo trovare un approccio comune ai cybercrimes. E soprattutto, dedicare più attenzione alle questioni ambientali. Non dobbiamo dimenticare il domani.

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