INTERVISTA al PRESIDENTE dell’istituto

de Franssu: «Con la riforma dello Ior vinta la battaglia della trasparenza»

«Siamo pubblici ufficiali che hanno applicato la legge ottemperando all’obbligo di segnalare anomalie»

di Carlo Marroni


Il Papa riforma lo Ior, arriva revisori conti esterno

5' di lettura

«La riforma delle finanze e dello Ior è un processo voluto e avviato da Papa Francesco. Noi operiamo cercando di fare il nostro dovere al meglio, e in silenzio». Jean-Baptiste Douville de Franssu, presidente dell’Istituto per le Opere di Religione, in carica dal luglio 2014, dopo oltre cinque anni di silenzio concede la sua prima intervista al Sole 24 Ore, e affronta – senza entrare nel segreto istruttorio - anche il tema dell’inchiesta resa pubblica la scorsa settimana che ha portato alla sospensione di cinque dipendenti vaticani riguardo a operazioni finanziarie su immobili. De Franssu, francese, 56 anni, assieme al direttore generale Gian Franco Mammì e sotto la vigilanza della Commissione Cardinalizia, ha portato avanti in questi anni una riforma dell’Istituto che oggi, sulla base di certificazioni, risulta conforme alle norme e alle prassi che a livello di comunità internazionale regolano gli enti che svolgono attività finanziaria a livello professionale.

de Franssu rilascia l’intervista – già concordata in occasione dell’uscita del nuovo Statuto e dell’adesione al circuito Sepa – dentro il suo ufficio del Torrione Niccolò V, che affaccia sul colonnato del Bernini.

Fuori dalle mura si parla di una guerra dentro la Curia. Quanto accaduto è parte di questa guerra?

«Non c’è nessuna guerra. Siamo semplicemente pubblici ufficiali che hanno applicato la legge, ottemperando all’obbligo di segnalare – proprio a tutela delle istituzioni - anomalie riscontrate durante l’operatività quotidiana».

Tutto parte da una vostra segnalazione, insieme al Revisore, alla magistratura vaticana e che ha innescato un intervento su personale della Segreteria di Stato e dell’Aif.

«Occorre chiarire che non c’è nessun attacco all’Aif, e neppure alla Segreteria di Stato, naturalmente. Noi non abbiamo denunciato persone o singoli uffici. Si è trattato di una segnalazione contro ignoti a tutela delle istituzioni. Poi la magistratura fa le sue indagini. E aggiungo un elemento che è da dare per scontato: per tutti vale la presunzione di innocenza, sempre».

È stato nominato nel 2014, il direttore Mammì l’anno dopo: dopo un quinquennio è il momento di trarre un bilancio.

«Lo Ior di oggi è completamente rinnovato rispetto a solo qualche anno fa, in termini di governance, controlli interni, competenze professionali disponibili e servizi resi alla clientela. I risultati sono soddisfacenti e l’obiettivo di oggi è quello di continuare, affinare e perfezionare quanto fatto, soprattutto a beneficio dei clienti. La riforma, intesa come miglioramento costante, continua.La direzione della trasparenza e della legalità non viene mai abbandonata, mai. E il cliente è pienamente tutelato dal nostro lavoro».

Pochi giorni fa è diventata operativa l’adesione dell’Istituto al circuito europeo dei bonifici Sepa, quindi lo Ior ha dotato i propri clienti di un “Vatican Iban”…

«Questa, al di là di ogni altra considerazione, è la conferma dell’enorme lavoro che è stato svolto in questo processo di riforma. L’ingresso nel circuito Sepa è un marchio di sicura garanzia. Ma non solo sul fronte della normativa: la riforma si è tradotta in una nuova cultura operativa dell’Istituto».

La “banca vaticana”, che non è una banca, è un tassello importante dentro la riforma della Curia.

«Lo Ior non è parte della Curia, ma ha un ruolo speciale ed autonomo: siamo uno strumento finanziario essenziale per l’azione pastorale del Santo Padre nel mondo. Per meglio adempiere a questo compito, lo Ior, oggi unico soggetto vaticano sottoposto alla vigilanza dell’Aif, ha accelerato il suo processo di conformità e adeguamento alle norme statuali vigenti. Tale accelerazione si deve anche al fatto che lo Ior è l’unico soggetto vaticano che offre servizi in “concorrenza” con il mondo esterno e questo ci impone inevitabilmente un ritmo più serrato e veloce del contesto in cui ci muoviamo».

Arrivate dove altri non riescono?

«La missione rimane quella di essere al servizio della Chiesa in tutto il mondo. Non dimentichiamo che oggi, con un’unica sede e un organico di poco più di 100 persone, lo Ior raggiunge ben 112 Paesi e che spesso, in aree geopoliticamente critiche, prive o carenti di servizi finanziari affidabili ed efficienti, è l’unico referente per le congregazioni che operano sul territorio».

Ior, un nome che ancora impone un fardello del passato. Avete mai pensato di proporre il cambio del nome?

«No, mai, e non spetterebbe certo a noi. Ma una cosa voglio dire: noi siamo davvero l’Istituto per le Opere di Religione, mai questo marchio è stato così aderente alla nostra azione. Non siamo certo una investment bank”».

Perché una congregazione dovrebbe continuare a servirsi di voi se ormai avete le stesse regole di tutte le banche commerciali?

«Guardi dove siamo: un tassello dentro il cuore della cristianità. Le ragioni per servirsi di noi sono due, su tutte. Innanzitutto nel nostro lavoro rispettiamo i principi della fede cattolica e della Dottrina Sociale della Chiesa. In secondo luogo, i nostri guadagni (per il 2018 utile di 17,5 milioni, ndr) vanno all’azione pastorale del Papa.

È quindi utile ribadire che quando una congregazione, o in generale un cliente, lavora con lo Ior contribuisce finanziariamente in maniera diretta e concreta all’operato del Santo Padre e non a logiche esclusivamente economiche tipiche di una banca . In più vorrei aggiungere un accenno alla qualità dei nostri servizi, ai costi decisamente molto bassi e alle griglie etiche dei nostri investimenti, sempre più accurate e complete per garantirne la massima aderenza ai principi etico-cattolici».

In passato è arrivato di tutto dentro il Torrione. C’è ancora il rischio di accettare depositi “dubbi”?

«A garanzia della nostra clientela e della nostra reputazione, facciamo sempre la cosiddetta adeguata verifica e, laddove necessaria, quella rafforzata. Lo prevede la legge. Ed effettuiamo una due diligence sulle nostre controparti bancarie. Tali prassi di per sé sono un deterrente, la cui efficacia è confermata dalle statistiche sulle segnalazioni sospette degli ultimi anni».

C’erano sospetti sulla copertura di evasione fiscale…

«La trasparenza fiscale è uno dei maggiori risultati ottenuti dall’Istituto in questi anni. Dal 2016 c’è una convenzione tra Italia e Santa Sede per lo scambio di informazioni e disciplina degli obblighi fiscali per i residenti in Italia. Analogo accordo c’è con gli Usa.

Una serie di regole ormai consolidate, che tuttavia a volte sembrano stridere con certe notizie…

«Il Motu Proprio del Santo Padre sul nuovo statuto ha dato una cornice formale a una serie di regole. A questo punto posso dire che non hanno più fondamento certe storie in circolazione. È stato fatto un grande lavoro per il cambiamento voluto dal Papa ed attuato dall’Istituto. Inoltre - e questo è un elemento essenziale - c’è una profonda condivisione della governance, non sempre rispettata in passato».

I depositi dei vostri clienti – 5 miliardi nel 2018 – sono investiti in tutto il mercato finanziario, che attraversa una fase delicata, con tassi zero in Europa, il ciclo in rallentamento e i segnali di un ritorno dei subprime.

«Oggi abbiamo davanti a noi tre tipi di rischi: politici, commerciali per il riemergere dei dazi e della politica monetaria. Le sfide per chi gestisce il denaro vanno lette attraverso questi tre elementi decisivi. Ed è per questo che da noi prevalgono sempre la cautela e i bassi rischi. Sempre. E stiamo lavorando a stretto contatto con la nostra clientela condividendo le nostre opinioni ed idee. Ciò rientra infatti nell’ambito della trasformazione generale delle modalità con cui serviamo i clienti: devono essere al primo posto!».

Anche i vostri correntisti hanno tassi zero sul conto, come tutte le banche commerciali?

«Non esattamente. Viene accreditato comunque un tasso di interesse, seppur contenuto - un chiaro segnale di come l’Istituto non svolga la propria attività per fini tipicamente commerciali».

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