CONTRATTI PUBBLICI

De Micheli: «In Italia non si fanno le opere? In 14 mesi sbloccati 17 miliardi di cantieri»

Il ministro delle Infrastrutture al convegno per la presentazione di una ricerca della Conferenza delle Regioni, Confindustria, Ance e Luiss su 5.104 stazioni appaltanti e 217 operatori economici

5' di lettura

«Alla domanda di questo convegno, che è perché in Italia non si fanno le opere?, io rispondo ribadendo che 17 miliardi di cantieri che abbiamo sbloccati nei 14 mesi li abbiamo sbloccati per volontà politica. Non c’era nessun atto amministrativo che fosse insormontabile. Nessun atto amministrativo è insormontabile nell’ambito della legittimità di un progetto che è legittimità del finanziamento di un progetto». Lo ha detto la ministra delle infrastrutture e trasporti Paola De Micheli intervenendo all’evento “Perché in Italia le opere pubbliche sono ferme?” organizzato da Conferenza delle Regioni, Confindustria e Ance e Luiss nel quale sono stati presentati i risultati d un’indagine cui hanno risposto 5.104 stazioni appaltanti e 217 operatori economici.

Una radiografia delle difficoltà del sistema dei contratti pubblici nel nostro Paese da cui emerge un giudizio critico delle stazioni appaltanti e delle imprese sul Codice dei contratti pubblici del 2016: di difficile applicazione, causa di rallentamento della realizzazione degli investimenti pubblici e aggravio di adempimenti burocratici.

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De Micheli: la vera questione è decidere di fare le opere

«Io credo - ha detto la ministra - che la prima vera grande questione per fare le opere è che si decidano di fare. Mi dispiace se non aderisco alla tesi molto diffusa che è tutta colpa della burocrazia, delle procedure. C’è il problema delle firme, delle autorizzazioni e della burocrazia, altrimenti non saremmo arrivati a fare il decreto semplificazioni, ma per me, per i miei primi 17 miliardi di Cantieri e Rfi e per i prossimi 20 mld che abbiamo in cantiere per il 2021 la vera questione è decidere di fare le opere ed essere conseguenti quando si aprono i cantieri».

De Michele ha detto che «per la terza volta» chiederà «al governo di modificare la modalità con cui si compongono e definiscono i contratti di programma delle due grandi stazioni appaltanti nazionali». «Non perché - ha spiegato - mi voglia sottrarre a nessun tipo di controllo, ma perché penso che la costruzione di un contratto di programma possa essere fatta in maniera collegiale rispetto ai passaggi burocratici e poi lasciare fuori soltanto il tempo della firma per la definizione degli aspetti amministrativi».

Il parere sul decreto «sblocca cantieri»

L’indagine evidenzia come il giudizio negativo sul Codice dei contratti pubblici del 2016 si attenua nelle generazioni più giovani, da cui emergono giudizi più favorevoli sul decreto “sblocca cantieri”, anche se è molto diffusa l'idea che non abbia “risolto le principali criticità normative preesistenti” (lo pensa l’81% dei più giovani e le percentuali scendono al salire dell'età, fino a un comunque robusto 62% nella fascia dei più anziani). Perplessità anche sulla normativa anticorruzione: solo il 38% di chi ha meno di 35 anni la ritiene utile e rispondente ad esigenze di trasparenza, ma questo giudizio favorevole diventa assolutamente minoritario tra chi è direttore/dirigente apicale (13%).

Dall’indagine emerge che l’età anagrafica pesa di più nella valutazione della normativa sui gravi illeciti professionali: il 42% dei più giovani (un po' meno del doppio rispetto alle altre fasce d'età) ritiene che garantisca «l’integrità e l’affidabilità degli operatori economici». Il 51% dei più anziani (e il 55% dei direttori/dirigenti apicali) lamenta un aggravio degli adempimenti, a fronte del 36% dei più giovani.

Il ruolo dell’Anac

Sull’espansione delle competenze regolative dell'Anac, per 65% dei più giovani ha contribuito a garantire trasparenza e legalità, mentre risponde di no il 51% dei più anziani e il 42% i direttori/dirigenti apicali. Per la maggior parte degli interpellati comunque l'azione dell'autorità ha aggravato gli adempimenti burocratici.

La «paura della firma»

Rispetto al grado di criticità delle varie fasi del ciclo dei contratti pubblici il 49% dei più giovani e il 61% dei più anziani, si concentra su gara e aggiudicazione. Il fenomeno della “paura della firma” è frutto (secondo più del 50% degli intervistati) del timore di incorrere in responsabilità penali, civili o amministrative e ha come conseguenza la rinuncia all’utilizzo di procedure d’acquisto, un’attenzione alla correttezza formale a danno del risultato finale del contrato, il mancato utilizzo dei fondi europei perché oggetto di articolati controlli ulteriori.

Le indicazioni per migliorare

Tra le “azioni” che potrebbero far funzionare meglio le “stazioni appaltanti” gli oltre cinquemila responsabili unici del procedimento sentiti puntano sulla drastica compressione del loro numero perché consentirebbe di focalizzare il monitoraggio anticorruzione su una rosa ristretta di soggetti che consentirebbe una maggiore qualificazione (soprattutto in entrata) e sulla adeguata remunerazione di chi si occupa di appalti.

E secondo le 217 imprese è fondamentale proprio la “qualificazione e professionalizzazione delle stazioni appaltanti”: il 76% di consensi per la fascia delle aziende più floride e il 73% per quelle con minor giro d’affari. Mentre il cosiddetto appalto integrato su progetto definitivo invece piace alle prime (71%), ma assai meno alle seconde (53%) e ancor meno a quelle che fatturano tra i 500mila euro e il milione (43%).

Infine la digitalizzazione incontra il 92% dei consensi tra i Rup più giovani e scende al 78% tra i più anziani.

Busia (Anac): stabilizzare norme e focus progettazione

«Avere a che fare con continue modifiche normative non facilita il lavoro delle stazioni appaltanti. Quello che crediamo sarebbe più opportuno è cercare di stabilizzare il sistema perché anche sulla stabilizzazione normativa del sistema si può costruire una programmazione sia dalla parte pubblica che da quella privata”» ha detto il presidente dell’Anac Giuseppe Busia intervenendo all’evento.

«Nel grosso delle modifiche normative cui abbiamo assistito ha detto il responsabile dell’Autorità anticorruzione -, l’attenzione è stata concentrata nella fase di gara, mentre sono fondamentali la parte di programmazione e progettazione per garantire le successive fasi. Quello che servirebbe sarebbe una stabilizzazione delle disposizioni normative e la concentrazione dell’attenzione molto nella fase di preparazione di quello che saranno le opere, perché la gara in quanto tale non è l’elemento che allunga di più, è la fase di esecuzione dove i tempi sono più ampi, soprattutto in Italia.

Due le ricette indicate dal presidente dell’Anac: «Reale qualificazione delle stazioni appaltanti, che significa aumentare la qualità amministrativa, ma anche rafforzamento delle centrali di committenza», ha detto Busia, che ha indicato anche la necessità di spingere sulla digitalizzazione del sistema.

Ance: serve una normativa semplice e stabile

Il videpresidente dell’Ance Edoardo Bianchi ha sottolineato: «Noi stiamo viaggiando al ritmo di uno sblocca cantieri l’anno. Il penultimo è del governo giallo-verde, il semplificazioni è un altro sblocca cantieri. In realtà tutte queste scorciatorie che abbiamo seguito non hanno portato da nessuna parte, ma hanno vieppiù ingarbugliato ulteriormente la matassa e non c’è possibilità di uscirne con provvedimenti straordinari. Serve - ha detto - una normativa semplice che possa esistere e permanere per qualche periodo».

«Negli ultimi 4-5 anni con diversi nomi abbiamo approvato provvedimenti» di questo tipo, ha detto, cioè «se non si vuole fare c’è la normativa ordinaria, altrimenti andiamo ai commissari straordinari. Ma è possibile un paese di commissari?». Bianchi ha sottolineato che «il decreto Semplificazioni è la deregulation più totale: non si vede più un bando di gara, abbiamo esploso il concetto di procedura negoziata da zero ad infinito. Ma il mondo delle imprese è contrario. Non può essere la procedura negoziata per tutto, non c'è più pubblicità, non può essere solo ex post, ma è essenziale la pubblicità ex ante».

«Il Codice degli appalti, e noi come Ance l’abbiamo detto dall’inizio, non è la causa del blocco delle opere pubbliche, è l’ennesimo effetto e oggi non stiamo più parlando di riforma del Codice, perché di fatto è stato annientato: non esiste da qualche anno, è stato fatto a brandelli, non esiste più», ha proseguito Bianchi, indicando la necessità di «un’impostazione differente e un’impostazione che i problemi li risolva e i problemi sono quelli di aprire i cantieri. Questo è un paese che ha maledettamente difficoltà a far aprire i cantieri. L’unico vero termometro di una situazione positiva è se i lavoratori stanno in cantiere. Servono molte meno regole e che siano durature - ha concluso - e soprattutto che una volta per tutte ci sia una decisione. Se è un settore di furfanti lo si chiuda, non si continui a legiferare. Se è un settore che serve al paese lo si metta in condizione di operare, di certo non con la deregulation che c’è nel Semplificazioni».

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