M&A

Deal per 74 miliardi in dieci giorni

di Monica D'Ascenzo


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3' di lettura

Inizio d’anno scoppiettante per il mercato M&A (fusioni e acquisizioni) internazionale. Solo nella giornata di ieri diversi gli annunci rimbalzati fra Stati Uniti e Asia: dall’acquisizione di tre marchi della cosmetica da parte di L’Oreal alla proposta di acquisto da parte di Alibaba della quota di maggioranza del capitale del gruppo cinese della grande distribuzione Intime; dalle ultime fasi della cessione delle attività di Yahoo a Verizon (sempre se l’operazione non salta per gli attacchi hacker) all’acquisizione da parte del gruppo degli snack Mars di Vca , specializzata nelle cure veterinarie. Solo per citare le ultime operazioni annunciate nei primi dieci giorni dell’anno, che hanno portato l’ammontare totale delle attività di M&A a 74,4 miliardi di dollari con 946 operazioni in tutto, secondo i dati Bloomberg. Si tratta del 34,2% in più, in termini di valore, rispetto ai primi dieci giorni del 2016.

Geografia dei deal

A farla da padrone è ancora una volta l’America del Nord, che secondo gli operatori del mercato, è galvanizzata dal cambio alla presidenza statunitense. Nel complesso l’area ha registrato deal, fra chiusi, annunciato e proposte di acquisizioni, per un ammontare complessivo di 43,4 miliardi di dollari con un balzo del 183,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Positivo anche l’andamento del comparto in Eurpa, con un incremento del 65,5% a 8,8 miliardi di dollari, mentre è in rallentamento il mercato asiatico con 18,5 miliardi (-45,2%). Per completare la carrellata resta il Middle East e l’Africa con 3,1 miliardi (+981%).

L’industria fa il mercato

A guidare il mercato di inizio anno è l’industria, è sufficiente scorrere i primi dieci deal a livello globale per operazioni per realizzarlo. E la parola d’ordine sembra essere diversificazione, che sia geografica o di settore, per contrastare i rallentamenti che alcune aree stanno accusando ormai da troppo tempo e le stime di crescita più contenute del previsto per alcuni comparti. In questa direzione va, ad esempio, la già citata acquisizione di Vca da parte del gruppo Mars per 8,8 miliardi di dollari: gli snack rallentano? Meglio puntare sulla cura degli animali domestici che da segnali di tenuta. Oppure la decisione di Alibaba, che da colosso delle vendite online decide di entrare in modo massiccio nel settore dei grandi magazzini, vendite “fisiche” quindi, con un investimento da 2,4 miliardi di euro.

Poi ci sono le operazioni che seguono logiche di razionalizzazione, come quella che ha visto Mc Donald’s cedere l’80% delle attività in Cina continentale e a Hong Kong al conglomerato di Stato cinese Citic e al fondo americano Carlyle Group per 2,1 miliardi di dollari. E Carlyle Group è protagonista anche di una delle maggiori cessioni di cui si è parlato in questi giorni: la vendita di Nature’s Bounty, azienda newyorkese tra i maggiori produttori in Usa di vitamine e integratori a base di erbe medicinali, che potrebbe fruttare al private equity 6 miliardi di dollari.

Il ritmo reggerà nel 2017?

Gli investment banker nonne sono certi. I botti di inizio anno potrebbero non vedere una conferma nel corso dei mesi. Le attese, infatti, sono per un 2017 che confermi l’andamento dello scorso anno, chiuso, secondo i dati Dealogic, con 37.580 operazioni per un ammontare complessivo a livello globale di 3.868 miliardi di dollari. Metà dei quali realizzati in deal sul mercato americano. Il picco dal 2010 ad oggi è stato registrato nel corso del 2015 con 4.659 miliardi di dollari in oltre 40mila operazioni. Un obiettivo che non sembra essere a portata di mano, nonostante i primi segnali incoraggianti.

Anche se qualche segnale di crescita si era registrato già a dicembre, imputato però alla chiusura delle operazioni prima della fine dell’esercizio fiscale per molte aziende. L’M&A Conditions Index (MACI) aveva raggiunto quota 55,4 punti dai 50,8 del mese precedente, raggiungendo i livelli massimi del 2016. Nel dettaglio la componente di deal completati era salita (54,1) a indicare un minor fallimento delle operazioni, ma erano stati ancor più forti le componenti di operazioni in via di chiusura (60,8) e lettere d’intenti (60,4) a suggerire una buona pipeline per le future operazioni. L’indice, però, riguarda il mercato statunitense. Sarà da vedere se il resto del mondo riuscirà a tenere lo stesso passo.

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