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Debito e disuguaglianze impongono più attenzione ai diritti dei contribuenti

In Italia serve un organismo di controllo preventivo delle proposte di spesa e tassazione

di Gianemilio Osculati

(Olivier Le Moal - stock.adobe.com)

5' di lettura

Il buon senso suggerisce che sottrarre, con la tassazione, mille euro a una persona indigente e a una persona benestante non è esattamente la stessa cosa: la prima persona soffre di più, la seconda di meno. Ma anche tassare al 10% chi guadagna mille euro al mese e chi ne guadagna 10mila non sembra rispondere a criteri di equità: nel primo caso si rischia di provocare il crollo nella povertà, nel secondo caso si tratta, tutto sommato, di uno sforzo ancora gestibile.

I trattati di scienza delle finanze (la scienza che studia la teoria della tassazione) usano termini “tecnici” per illustrare il concetto. Nel loro linguaggio l’utilità marginale del denaro (quanto “vale” l’ultimo euro incassato o pagato) è più alta per un indigente che per un benestante. Equità impone quindi che il benestante paghi proporzionalmente un po’ più di tasse dell’indigente. In altre parole: la tassazione sui redditi deve essere progressiva. Le imposte indirette tipo Iva, nelle quali ricchi e poveri pagano aliquote uguali, si giustificano solo per un problema di gettito: non essendo l’amministrazione finanziaria – di nessun Paese – in grado di realizzare un sistema di imposte dirette sufficiente a coprire tutte le spese dello Stato, si ricorre alla tassazione indiretta. È il male minore, non esistono alternative praticabili.

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Gli stessi trattati di scienza delle finanze, più o meno concordemente, concludono che la situazione di tassazione ottimale si realizza quando, al margine, i sacrifici che fanno tutti i contribuenti nel pagare l’ultimo euro di tasse è più o meno uguale per tutti. Il “più o meno” è di dovere, perché l’utilità marginale del denaro
non è facilmente misurabile. Nessun trattato di scienza delle finanze però potrà mai accettare che sia equo far pagare l’Iva sul pane alla vecchina e simultaneamente finanziare a fondo perduto l’acquisto di monopattini da parte dei privati,
per giunta scelti a caso tramite un sistema di sorteggio o equivalente, giusto per fare un esempio troppo facile.

Guardiamo ora ad alcune decisioni prese in passato, o proposte per il futuro, magari per la pressione di una o l’altra parte politica.

Ad esempio, sembra indubbio che spendere risorse pubbliche per finanziare a fondo perduto il rifacimento delle facciate degli edifici, specie se di grande valore perché in centro a Milano, non sia un uso equo del denaro del contribuente, specie se questo include anche l’Iva sul pane di una vecchina. Sempre ad esempio, la flat tax fa discutere: solo una (decente) tassazione progressiva equalizza lo sforzo dei vari contribuenti. Per giunta, creare in maniera incontrollata due classi di contribuenti (i “normali” le partite Iva) con tassazioni differenti e non riconciliabili fa discutere ancora di più, perché non assicura in alcun modo l’equità. Proporre poi, terzo esempio, di finanziare fantomatici progetti dei più giovani con un bonus di euro 10mila ha del grottesco. La giustificazione che queste spese sarebbero finanziate dalla tassazione dei ricchi non sta in piedi: la nostra vecchina è titolata ad opporsi («piuttosto con quei soldi toglietemi l’Iva sul pane»). Ogni persona di finanza sa che le entrate dello Stato o di una qualsiasi azienda sono le entrate e le uscite sono le uscite. Accoppiarle non ha senso: il denaro in entrata serve a finanziare il battente di spese complessive.

Tutto quanto sopra, pensandoci bene, riguarda il tema del rispetto per il denaro del contribuente (respect for taxpayers’ money): lo Stato deve attuare tassazioni eque e non deve fare spese a bassa utilità per il contribuente, perché pagare le tasse costa al contribuente molta fatica ed è giusto che il denaro sottratto al contribuente dallo Stato sia speso bene. Basta, quindi, con spese stupide, con autostrade costruite per fini elettorali, con regalie
incontrollate di ogni tipo.

Non si può, per di più, avere uno Stato fortemente indebitato da una parte con spese che fluiscono incontrollate e non disporre di uno strumento di controllo che i ricavi e le spese dello Stato rispondano a criteri di giustizia ed equità.

Da noi il presidio sui ricavi al fine di assicurare una equa tassazione non esiste. I due presìdi previsti sulle spese dello Stato non funzionano. Il vincolo del pareggio di bilancio o non è osservato (si crea quindi ancora più debito) o comunque spinge verso una maggiore tassazione per finanziare le spese: è la situazione ridicola (se non fosse tragica) dell’Italia che coniuga una tassazione altissima con un debito altissimo da sempre perché si fanno spese incontrollate (ricordate la pensione dopo 19 anni di lavoro?). Del secondo presidio esistente manco a parlarne: dovrebbe essere il Parlamento, dove, in tema di spese, sembra, invece, si pratichi quotidianamente lo scambio di favori a singole categorie di cittadini a spese del contribuente.

Stiamo viaggiando verso una situazione di sempre maggior debito, sempre maggiore tassazione e sempre più ingiustizia.

Che fare? Un cancro così diffuso è difficile da estirpare. Ma forse qualcosa si può fare.

Il rispetto del denaro del contribuente, innanzitutto, deve essere un valore chiave riconosciuto nella Costituzione. È un ingrediente fondamentale della coesione del Paese e sorprende che i Padri Costituenti non vi abbiano pensato. Il controllo preventivo della rispondenza delle spese e degli investimenti dello Stato a criteri di giustizia ed equità comunemente accettati deve essere istituito. Non basta quindi che le leggi di spesa indichino le coperture.

Sarà necessario creare un organismo super partes di controllo preventivo delle proposte di spesa (e di tassazione), che probabilmente riporti al Capo dello Stato. Il Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici, a suo tempo creato dal ministro Savona ma poi persosi con i governi successivi, è un buon esempio. Sarà necessario conferire al Capo dello Stato il potere di rimettere al Parlamento le leggi palesemente non compliant con il principio di rispetto del denaro del contribuente e di equa tassazione. Una rivisitazione del ruolo inibitorio della Corte dei conti, oggi limitato a un controllo preventivo di sola legittimità sugli atti del governo, sarà opportuna. Sarà necessario, soprattutto, che i media diffondano l’importanza del concetto di rispetto del denaro del contribuente, alzando i toni fortemente e univocamente quando questo stesse per mancare per qualsiasi motivo.

Guardando fuori dai nostri confini, negli Stati Uniti il Taxpayers Bill of Rights è già adottato. In Canada il dibattito sul rispetto del contribuente è molto avanzato. La Commissione europea ha spesso indicato che proprio il rispetto per il denaro del contribuente è alla base dei mancati aiuti diretti a Paesi che non lo meritano per gravi carenze del loro sistema di leggi. Anche la Lituania, nel suo piccolo, ogni 11 maggio festeggia la giornata del rispetto per il contribuente.

L’Italia, con il suo debito monstre e con il track record di cattiva tassazione e pessima spesa è il Paese che ha più bisogno di avviare un serio confronto sul tema del rispetto del contribuente e del suo denaro, sia nella gestione della spesa che nella tassazione. Stiamo affogando nella mancanza di equità, anche intergenerazionale, con all’orizzonte gravi problemi di coesione del Paese. È ora di essere seri per prevenire problemi ancor più gravi. Volendo, nella grande affermazione della Meloni si può anche leggere una forte critica alla follia di molte iniziative e proposte di spesa degli ultimi anni, alcune delle quali hanno costituito un vero e proprio insulto al buon senso del padre di famiglia. E del contribuente.

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