DETTAGLI

Debito, perché l’Italia ha più nemici che amici in Europa

di Guido Gentili


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3' di lettura

A meno che non si voglia chiudere la partita con un'alzata di spalle, perché «tanto questa Commissione europea conta niente, ne arriverà una nuova di zecca»e dunque i conti veri si faranno dopo e meglio, non c'è dubbio sul fatto che il negoziato tra Italia e Europa per evitare la procedura d'infrazione per la violazione della regola sul debito si presenti molto difficile. Per cui sarebbe opportuno, prima di “leggere” le trattative in vista del vertice del 9 luglio dei ministri dell'economia dei paesi Ue come un retroscena qualunque della giornaliera rissa italiana, dare uno sguardo ad una tabella. Quella relativa ai livelli debito pubblico dei paesi europei.

Il debito italiano (dato 2018) è a quota 2300 miliardi, il 132,2% in rapporto al pil. Il neo presidente della Consob, Paolo Savona, sostiene che occorre “ridare dignità” al nostro debito, che non è il “male assoluto” ed è oggetto di attacchi speculativi “per l'attitudine delle autorità a usarlo come vincolo esterno per indurre gli stati membri a rispettare i parametri fiscali concordati a livello europeo”.

Ma sta di fatto che il debito è atteso in peggioramento e questo, assieme al deficit, è il punto chiave alla base dell'avvio della procedura d'infrazione. Ci supera la Grecia (181,1%), però il dato non fa testo in termini di ampiezza e rischio-contagio. Quello italiano sì, è molto temuto. In Europa e sui mercati finanziari di tutto il mondo.

La Commissione conta, ma stati e governi contano forse di più. La contabilità degli amici e nemici, al di là degli euro-rituali, non può prescindere dall'esame dei livelli del debito di cui ciascun governo – a maggiore ragione quelli a trazione sovranista- risponde di fronte ai propri cittadini-elettori. Ed è naturale che tanto più basso è il debito tanto più alta è l'indisponibilità o la resistenza a farsi carico dei debiti dei paesi che non rispettano gli impegni presi per ridurlo.

L'eurozona (19 paesi) registra una media del debito in rapporto al Pil dell'85,1%, sceso dall'87,1 del 2017. Appena sopra il 100% ci sono Belgio (102%, in discesa) e Cipro (102,5%). Prima dell'Italia solo il Portogallo (121,5%, ma in forte discesa, 8 punti rispetto al 2017). Poi c'è la fascia compresa tra il 60% (il limite che dovrebbe essere rispettato) ed il 100% del pil: si parte con la Francia, quella che sfora di più (98,4%, stazionaria) e via via si scende con Spagna (97,1%, in calo), Austria (73,8%), Slovenia (70,1%), Irlanda (64,8%), Germania (60,9%, in calo di 4 punti). Infine la fascia dei ultra-virtuosi, i paesi sotto la soglia del 60%: Finlandia (58,9%), Olanda (52,4%), Slovacchia (48,9%), Malta (46%), Lettonia (35,9%), Lituania (34,2%), Lussemburgo (21,4%), Estonia (8,4%).

Così forse si capisce meglio, ad esempio, perché Mario Centeno, portoghese e presidente dell'Eurogruppo (organo informale che riunisce i ministri economici assieme al presidente della BCE e al Commissario per l'economia) è accreditato come un mediatore possibilista assieme alla Spagna, dove il ministro Nadia Calvino mette l'accento sulla necessita di “evitare turbolenze”. O perché Austria e Finlandia sono più rigidi. Con l'Olanda che promuove una sorta di nuova lega anseatica di cui fanno parte l'Irlanda e i paesi del Baltico, la Svezia e la Danimarca. Tutti paesi a basso debito in un'Europa a 28 dove in 24 paesi è comunque sceso.

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