analisiVERSO LA MANOVRA

Debito pubblico, così il vero problema italiano è scomparso dall’agenda di governo

Nei programmi dei partiti di governo, la parola debito pubblico è praticamente scomparsa. Eppure senza un piano credibile di riduzione la stabilità finanziaria non può essere garantita

di Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli

Governi e debito pubblico: come si è arrivati a 2.400 miliardi

3' di lettura

Politica di bilancio al tempo stesso responsabile ed espansiva? Questo sembra un ossimoro e in parte lo è, dato che dal dibattito attuale è quasi assente il tema di come la politica di bilancio possa essere governata in modo tale da ridurre, sia pure molto gradualmente, il debito pubblico. Nei programmi dei partiti di governo, la parola debito pubblico è praticamente scomparsa.

Nel programma di governo si dice: «Tutte le previsioni saranno comunque orientate a perseguire una politica economica espansiva, in modo da indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile, senza mettere a rischio l'equilibrio di finanza pubblica». Sulla carta un intendimento nobile, ma si può fare una politica espansiva senza mettere a rischio l'equilibrio delle finanze pubbliche?

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La politica monetaria non basta più
La crisi economica e finanziaria del 2008-2009 ha modificato profondamente il pensiero economico sul ruolo che deve svolgere la politica di bilancio. In passato la stabilizzazione macroeconomica era affidata esclusivamente alla politica monetaria, mentre i governi dovevano focalizzare sul medio lungo termine e sulle riforme strutturali, lasciando operare liberamenti gli stabilizzatori automatici, cioè i sussidi di disoccupazione e in genere gli ammortizzatori sociali. Ma già allora i limiti erano evidenti. Se lo stimolo monetario si scontra con il vincolo dei tassi negativi e della sempre minore efficacia di quelle che in passato si sarebbero chiamate «politiche monetarie non ortodosse», allora la politica di bilancio deve fare la sua parte nel contrastare l'andamento del ciclo economico.

Inoltre, la politica di bilancio dovrebbe preservarsi quei margini necessari per poter intervenire in casi di forti rallentamenti o recessioni violente. La mancanza di questo margine di manovra può portare a danni permanenti sul lato dell'offerta. In sostanza, imprese sane possono scomparire e la capacità produttiva e l'occupazione perdersi per sempre.

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    Italia senza margini di manovra
    Ma l'Italia questi margini non li ha mai avuti, o meglio, non se li è mai voluti creare perché quasi tutti i governi hanno finito per scaricare i problemi su quelli che seguiranno.
    Ora sembra stia arrivando un'altra tempesta all'orizzonte dell'economia mondiale: la recessione. Che fare?

    Qualcuno sembra sperare che i problemi italiani diventino problemi europei o addirittura mondiali, e che le banche centrali non abbiano altra scelta se non quella di paracadutare quattrini dal cielo, monetizzando i debiti pubblici. Visti i vincoli con i quali si dibattono le banche centrali e le tendenze dell'economia mondiale, questa prospettiva non si può più del tutto escludere. Ma è da considerarsi estremamente improbabile.

    Gli eurobond restano un miraggio
    Molti sperano che qualcosa cambi nelle politiche europee: che si riesca a definire una fiscal stance appropriata per l'intera area o anche a costruire un bilancio autonomo per l'area dell'euro e la creazione di «eurobond», titoli di stato emessi a livello europeo. Ma queste idee nel corso degli anni sono sempre state frustrate dalla netta opposizione dei paesi del nord Europa e dalla loro paura per le possibili conseguenze della scarsa disciplina di bilancio di altri.

    E allora che fare?
    A noi sembra evidente che, sia pure con molta gradualità e preservando la coesione sociale, vadano messe in campo già da ora quelle azioni che nel medio periodo porteranno a ridurre il debito pubblico. Questo può esser fatto solamente attraverso un piano a medio termine che sia finalmente credibile (quindi, ad esempio, senza clausole Iva) e che comporti una profonda ricomposizione della spesa pubblica e un abbassamento della pressione fiscale sul lavoro che sia compatibile con gli equilibri di finanza pubblica.

    È vero che per risolvere in modo sostenibile i problemi dell'elevato debito pubblico non si può che far riferimento a un rilancio della crescita economica. Ma è altrettanto vero che la stabilità finanziaria è un bene imprescindibile ed è la base su cui si può costruire una crescita economica più elevata e duratura.

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    Stabilità finanziaria cruciale
    L'allargamento degli spread di rendimento del maggio dell'anno scorso ha portato a una contrazione del credito all'economia di più di cinque punti percentuali. L'incertezza e l'atteggiamento euroscettico del governo precedente hanno fatto rimandare investimenti privati e ridotto le assunzioni delle imprese. Hanno portato molte famiglie ad aumentare il risparmio a scapito dei consumi. Questa esperienza dovrebbe aver convinto chiunque che la stabilità finanziaria e il miglioramento prospettico dei conti pubblici sono la condizione imprescindibile e necessaria per rilanciare la crescita economica.

    Di questo dovrà tener conto la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza che il governo si appresta ad approvare.

    @lorenzocodogno
    @giampaologalli

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