titoli di stato

Debito pubblico: dal Giappone alle Cayman, chi possiede i nostri BTp all’estero

Oltre un terzo del nostro debito pubblico si trova oltreconfine: soprattutto in Francia, Germania e Lussemburgo, ma anche in Giappone e alle Isole Cayman. Senza dimenticare Spagna, Irlanda e Stati Uniti

di Enrico Marro


L'economia spiegata dal Nano: il debito pubblico

4' di lettura

Pochi giorni fa l’Ocse ha rigirato il coltello nella piaga del debito pubblico italiano con il suo rapporto “Uno sguardo al Governo”: nel nostro Paese ogni cittadino ha sulle spalle 62.667 dollari di debito a parità di potere d’acquisto (oltre 56mila euro), si legge nello studio, quasi il doppio dei 37.411 dollari del 2007. Oggi in questa classifica negativa siamo superati solo dal Giappone, dove il debito pro capite è oltre 90mila dollari, e dagli Stati Uniti, a quota 65mila. All’estremo opposto c’è la ricca Norvegia, dove i proventi dell’export di petrolio sono confluiti nel più grande Fondo sovrano del mondo, che è di proprietà di tutti i cittadini: con il risultato che ogni norvegese - neonati compresi - possiede oltre 200mila dollari.

Anche se guardiamo il debito in proporzione al Pil la musica non cambia: tra i Paesi sviluppati, abbiamo il terzo maggior “fardello” dopo Giappone e Grecia. Alla fine del 2018, ammontava a quasi 2.317 miliardi di euro contro gli oltre 2.263 del 31 dicembre 2017, i 2.220 di fine 2016 e i 2.173 del 2015. Perché non si riesce a ridurre? E chi possiede, in Italia e all’estero, il nostro debito pubblico?

Le quattro fasi di boom del debito
Prima facciamo un piccolo passo indietro. La storia del nostro debito pubblico mostra quattro fasi di crescita anomala. Nel 1897, con la crisi economica di fine Ottocento, raggiunge il 117% del Pil, poi ci sono i due “picchi” legati alle guerre mondiali: nel primo dopoguerra, in particolare, l'enorme debito contratto per lo sforzo bellico tocca il 160% del Pil, a livelli non lontani da quelli attuali della Grecia. Ma nelle prime tre occasioni, inflazione e parziali ristrutturazioni del debito riescono a riportare la situazione sotto controllo: nel secondo dopoguerra il debito italiano anzi precipita poco al di sopra del 20% del Pil.

IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO DAL 1861 A OGGI

(Nota: Debito delle amministrazioni in milioni di euro; per gli anni fino al 2002 i valori sono ottenuti applicando il tasso fisso di conversione lira/euro pari a 1936,27. Fonte: Istat)

Prima il boom economico, poi quello del debito
Ancora nel 1964, in pieno boom economico, quando l’economia italiana cresce in media del 5% annuo sostanzialmente senza inflazione, il rapporto debito-Pil resta a un brillante 33%. Poi però negli anni Settanta e soprattutto Ottanta una spesa pubblica incontrollata porta il debito fuori controllo: dal 60% del Pil nel 1980, finisce al 100% nel 1990, per ritrovarsi a oltre il 124% nel 1994. Da quell’anno per fortuna inizia a scendere, con l’Italia costretta alla disciplina fiscale per entrare nell'Unione monetaria. Nel 2007 il debito torna poco sopra alla soglia del 100% del Pil, ma con la grande crisi del 2008 riprende a crescere. E stavolta, per la prima volta nella storia del nostro Paese, nessuno riesce a fermarlo.

QUALI PAESI ESTERI POSSIEDONO I NOSTRI BTP

Chi possiede il debito pubblico italiano
Vediamo ora chi presta questa montagna di denaro alle amministrazioni pubbliche italiane per garantire ai cittadini del nostro Paese sanità, istruzione, sicurezza e in generale ogni tipo di servizio pubblico. Oltre un terzo del debito pubblico italiano è in mani straniere: per la precisione il 36%, secondo i più recenti dati di Bankitalia. Una percentuale enorme rispetto al 1988, quando la quota di debito nazionale posseduta da soggetti esteri era appena il 4%, a riprova di quanto fosse poco appetibile la “carta” italiana ai tempi della lira e dell’indisciplina di bilancio. Ma allo stesso tempo una quota di molto inferiore a quella dell'inizio degli anni Duemila, quando sull’onda dell’insperato ingresso italiano nell'eurosistema la quota di debito in mani straniere aveva toccato il 60%.

    Bankitalia pigliatutto con il Qe
    È cresciuta molto la percentuale di debito posseduta dalla Banca d’Italia in virtù del “Quantitative Easing”, il programma di acquisto di titoli deciso dalla Banca centrale europea e avviato nel marzo 2015. A fine 2016 via Nazionale possedeva il 14,5% del debito pubblico (in aumento di 5,3 punti percentuali rispetto al dicembre 2015), mentre erano diminuite le quote delle famiglie (di 0,1 punti, al 6,2%), delle banche (di 0,9 punti, al 17,8%), delle assicurazioni (di 0,6 punti, al 15,8%) e degli altri detentori, principalmente intermediari finanziari (di 1,4 punti, al 6,8%). In discesa di 2,2 punti percentuali anche la quota degli investitori esteri, che alla fine del 2016 detenevano il 36,1% dei titoli pubblici italiani.

    Lussemburgo, Irlanda e Cayman
    La parte dei titoli di Stato italiani in mani straniere si trova per il 78% all’interno dell’eurozona, spiega un recente studio di Unicredit (“Who are the foreign investors in Italian government debt? A breakdown by geography and institution”). In particolare è detenuta in Francia (21%), Germania (14%), nel piccolo Lussemburgo (14%), in Spagna (12%) e Irlanda (8%): le rilevanti quote di debito pubblico italiano finite nel Principato e nell’Isola di Smeraldo si spiegano con la forte presenza di fondi comuni ed Etf di diritto lussemburghese o irlandese. Al di fuori dell’Unione europea, scopriamo che il 5% dei nostri titoli di Stato sono in Giappone, il 4% negli Stati Uniti, il 2% in Gran Bretagna e un altro 2% alle Isole Cayman.

    I DETENTORI DEL DEBITO PUBBLICO

    Gli italiani e i conti deposito
    E gli italiani? Rispetto al lontano 1988, scopriamo che la quota di debito pubblico direttamente detenuta dai cittadini italiani è crollata dal 57% a poco più del 6%, anche se in realtà i risparmiatori ne possiedono indirettamente una quota ben superiore attraverso i conti deposito bancari, i fondi comuni o le polizze assicurative. Non a caso è in grande aumento la fetta di debito in mano a fondi e assicurazioni (dal 4% del 1988 è passata al 19% attuale).

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