finanza pubblica

Debito pubblico, la patrimoniale più insidiosa è quella che non vediamo

di Giuseppe Maria Pignataro

3' di lettura

Le prospettive di deterioramento delle finanze pubbliche hanno riacceso l'ipotesi che si vada verso un prelievo di capitale della ricchezza privata come misura eccezionale di riequilibrio dei conti pubblici e di mantenimento delle condizioni di sostenibilità del debito.

Nel nostro paese molti definiscono in termini dispregiativi questa soluzione in quanto è catalogata come una modalità molto invasiva di appropriazione dei risparmi dei cittadini e del capitale delle imprese ed incute timore anche perché ad essa vengono associati una serie di effetti collaterali deleteri quali: fughe di capitali, pesanti effetti recessivi, accentuazione del clima di sfiducia nel futuro.
Per tali ragioni tutti, più o meno, forze di opposizione e di governo, trovano agevole ripudiare a priori l'idea.

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Molti detrattori assumono questa posizione in quanto credono che si possa eludere il problema dell'eccesso di debito o addirittura ritengono che esistono “free lunch” come l'abbassamento generalizzato delle imposte come misura idonea a promuovere effetti taumaturgici generalizzati.

Purtroppo per un paese che viaggia pericolosamente senza alcuno spazio di manovra per fronteggiare shock avversi e nuove crisi globali si tratta di illusioni dall'alto contenuto ingannevole e fuorviante.

Ostinarsi quindi a non mettere mai in discussione le proprie certezze dogmatiche e a non voler considerare che dopo le crisi finanziarie e dei debiti sovrani dell'ultimo decennio sono cambiati sia la percezione dei rischi che le modalità di gestione delle criticità dei debiti pubblici, è un approccio altamente improduttivo perché non fa emergere una dura realtà, rappresentata dal fatto che nel nostro paese non sussiste più alcuna possibilità di ricondurre il rapporto debito/pil su una traiettoria discendente in forma stabile ed adeguata se non si aggredisce come base di partenza il disequilibrio macrostrutturale finanziario più penalizzante sui livelli della pressione fiscale, rappresentato dal volume della spesa per interessi che grava sul bilancio statale (3.8 % del PIL , contro l'1.6 % dell'area euro).

Occorre quindi acquisire la consapevolezza che la nostra crisi è prima di tutto paradigmatica e va affrontata in quanto tale. Solo così e con una buona dose d'ingegno potrà essere possibile trovare la giusta formula per riuscire a tonificare in modo virtuoso le nostre finanze pubbliche e riuscire a spezzare il circolo vizioso in cui l'austerità penalizza la crescita e la mancanza di una crescita adeguata perpetua l'esigenza di nuova austerità.

Se tale valutazione è fondata, e per chi scrive evidentemente lo è, anche alla luce dei due lustri di assenza di luce in fondo al tunnel susseguita alle alchimie cervellotiche delle manovre convenzionali, la via d'uscita può essere trovata solo pensando di mobilizzare le ricchezze private in modo efficace ed equilibrato. Scartando comunque l'idea delle “patrimoniali” secche che sono una soluzione inefficiente perché puntano ad un mero riequilibrio contabile di carattere temporaneo ed effimero, poiché lasciano irrisolto l'altro pilastro fondamentale del risanamento rappresentato dalla crescita.

Le ricchezze private (e non solo) peraltro, in presenza di finanze pubbliche contraddistinte da persistenti alti livelli di sofferenza e di vulnerabilità che non migliorano, sono sottoposte a pesanti erosioni di valore che si traducono in “patrimoniali” più consistenti di quelle finalizzate a realizzare gettiti di entrate per lo Stato. Un dato questo costantemente e imprudentemente trascurato da molti.

Nell’ultimo decennio, soprattutto nelle fasi più acute delle crisi, così come sapientemente certificato dalla Banca d'Italia, i valori dei patrimoni privati hanno subito decurtazioni per centinaia di miliardi di euro a cui si è aggiunto una marcata ristrettezza del grado di liquidabilità degli asset immobiliari.

Sono pertanto i possessori di ricchezze che dovrebbero, più di altri e prima di giungere sull'orlo del baratro, rivolgere le loro attenzioni verso chi propone piani che danno certezze evidenti di risanamento dei conti dello Stato, basati su due pilastri fondamentali:
-l'abbassamento drastico della vulnerabilità finalizzato anche a non essere sopraffatti da situazioni contingenti di particolare avversità;
-la elaborazione di un piano di rilancio di medio termine davvero capace di sbloccare il paese dalla sua oramai cronica incapacità di progredire.

Non prenderne finalmente atto può portare, nella migliore delle ipotesi, ad un solo risultato: continuare ad elaborare manovre su manovre, contraddistinte da interventi caotici e disarticolati che non conducono a nessuno sbocco risolutivo e che pertanto contribuiscono ad alimentare un continuo ed inesorabile regresso collettivo.

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