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Debito pubblico: quella stampella bancaria che da gennaio rischia di venir meno

di Rossella Bocciarelli


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2' di lettura

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, lo ha detto chiaramente: da gennaio 2020 è assai probabile che il totale dei titoli di Stato italiani in possesso delle aziende di credito calerà in maniera significativa, perché gli istituti dovranno iniziare a restituire i prestiti della Bce.

L’anno prossimo la gestione del debito pubblico italiano potrà quindi contare di meno su quella che, sinora, è stata una sua importante stampella, fino al punto di suscitare critiche internazionali per i possibili rischi di crisi- gemelle, debito sovrano-banche. La quota dei titoli pubblici sul totale degli attivi bancari italiani è infatti pari all’11,5 per cento, un valore ampiamente superiore a quello della media dell’area dell’euro (4,7 per cento). La percentuale dell’11,5%, peraltro, si scompone in un 8,5% delle attività per quel che riguarda le banche “significative” e addirittura in un 21% per le altre aziende di credito.

Ma, in totale, quanti titoli pubblici sono nelle mani delle banche italiane? Se facciamo il punto a fine 2018, basandoci sull’ultima relazione della Banca d’Italia, vediamo che alla fine dello scorso anno in totale i titoli emessi da controparti non bancarie presenti nel portafoglio delle aziende di credito erano pari a 600 miliardi dli euro. Di questo ammontare, il 63,1% era costituito da titoli pubblici. Si tratta dunque di ben 378,6 miliardi di euro in titoli di Stato: una cifra cresciuta di oltre 50 miliardi nel 2018, successivamente alla fiammata dello spread avvenuta nel mese di maggio.

Il “polmone” del credito aveva ventilato ancora di più, ovviamente, nel 2012: durante la fase acuta della crisi dei debiti sovrani, infatti, gli acquisti netti di titoli di Stato da parte delle banche italiane erano stati pari a 100 miliardi. Lo scorso anno, peraltro, la vita media residua dei titoli di Stato si è leggermente ridotta, collocandosi a 4,9 anni; inoltre, per attenuare l’impatto sul conto economico e sul patrimonio delle variazioni di valore, le banche ne hanno collocato una quota crescente nel portafoglio delle attività valutate al costo ammortizzato.

Questa scelta in una certa misura stabilizza la quota dei titoli in mano alle banche: l’incidenza di titoli pubblici in questo tipo di portafoglio è infatti salita dal 27,2% al 55,6%. In questo modo vi sono maggiori vincoli a un’eventuale vendita dei titoli sul mercato secondario.

Ma c’è comunque una quota consistente di titoli che è facilmente liquidabile: come ha detto Patuelli, l’acquisto di titoli di Stato rappresenta anche un parcheggio di liquidità per le banche. «Avverto in anticipo - ha rilevato il responsabile di Palazzo Altieri - non meravigliamoci a gennaio se c’è un forte calo. Se qualcuno deve restituire un prestito, deve prepararsi in anticipo». Via XX Settembre, insomma, è avvisata: in caso di spread surriscaldato, questa volta non si potrà fare troppo affidamento sul sistema creditizio.

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