Interventi

Decisivo ridurre il prelievo sui ceti medi

di Gianni Pittella

4' di lettura

Le commissioni Finanze e Tesoro del Senato e Finanze della Camera, presiedute dai colleghi Dalfonso e Marattin, hanno avviato, a gennaio di quest’anno, un’indagine conoscitiva sulla riforma dell’Irpef anche in vista del confronto tra le forze politiche e con il governo.

Il presidente del Consiglio Draghi ha preannunciato una riforma complessiva e a vasto raggio, secondo il principio costituzionale della progressività dell’ordinamento tributario.

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Le commissioni congiunte si confrontano con una serie di questioni che sono logicamente legate a scelte preliminari, partendo dalla comune convinzione che le disarmonie del sistema vanno decisamente superate.

In prima battuta, occorre rispondere alla domanda di carattere “filosofico”: il reperimento delle risorse finanziarie da parte del fisco serve prevalentemente a redistribuire la ricchezza prodotta oppure deve orientare i propri strumenti alla crescita economica? La questione è certamente mal posta in termini di esclusività reciproca: un’economia caratterizzata da indici di disuguaglianza molto forti non cresce; un’economia frenata da un prelievo fiscale eccessivo non ha nulla da redistribuire. E ancora, un fisco solo orientato alla crescita rischia di penalizzarne il carattere equitativo e di salvaguardia dell’eguaglianza dei punti di partenza, così come un prelievo iniquo, accentuatamente punitivo verso i settori più dinamici dell’economia o scoraggiante rispetto agli investimenti, relega il Paese alla subalternità nei mercati. I fattori produttivi, in prima istanza il lavoro e il capitale reinvestito, debbono essere considerati non tanto come cespiti erariali, ma come elementi sostanziali dell’economia reale. Quindi la equa ripartizione del carico fiscale sui redditi, sui consumi, e sui patrimoni trasmessi, apre la strada a un prelievo sostenibile e più ridotto dei fattori produttivi rispetto agli attuali assetti. Non può non segnalarsi, a tale proposito, che la cristallizzazione del risparmio nel patrimonio immobiliare a uso residenziale trova un favore fiscale che mal si concilia con un tax design ottimale.

L’Irpef è l’imposta che fornisce all’erario il gettito prevalente, ma ha perso le caratteristiche dell’imposta personale onnicomprensiva delineata con la riforma del 1971. Le innumerevoli modifiche, ne hanno snaturato il carattere, accentuandone gli squilibri. E un’imposta inefficiente e iniqua, poiché è assolta per più di due terzi dai percettori di reddito da lavoro dipendente e pensionati. Inoltre molte tipologie di redditi (da capitale, immobiliari, da lavoro autonomo sotto la soglia di fatturato dei 65 mila euro) scontano un’imposta sostitutiva ad aliquota proporzionale, quindi fuori dalla scala delle aliquote per scaglioni e della progressività.

Si pone quindi, sempre in via preliminare, la questione di identificare la base imponibile, se cioè debba essere onnicomprensiva dei redditi percepiti ovvero essere differenziata secondo uno schema “duale”. Conservare e rafforzare il carattere progressivo dell’imposta sui redditi comporta di inserire tali tipi di redditi nel reddito imponibile complessivo; viceversa, rendendo più lineare e razionale la tassazione “duale” di tali redditi, andrebbe prevista un’aliquota unica, uguale a quella del primo scaglione: il prelievo derivante dall’applicazione dell’aliquota prevista per il primo scaglione sul lavoro corrisponderebbe al prelievo sui redditi diversi, realizzando in pieno il principio della neutralità dell’imposta rispetto all’impiego del risparmio.

Sul fronte della scala di scaglioni e aliquote, emerge un’opinione comune per un intervento “minimale” di divisione del terzo scaglione(28-55mila euro), evitando che l’aliquota marginale salti di ben 11 punti percentuali (dal 27 al 38%). In tal modo la curva derivante dalla modifica apparirebbe più rispondente al criterio di un’equa progressività.

La revisione delle aliquote e degli scaglioni dell’Irpef deve avere come obiettivo prioritario la riduzione del prelievo sui ceti medi, sapendo che il grosso dei redditi dichiarati si colloca tra il secondo e il terzo scaglione; l’ampliamento della no tax area, in astratto condivisibile, non può prescindere da una maggiore adesione delle dichiarazioni dei redditi dei percettori di redditi da lavoro autonomo e di impresa. Del resto sono convito che il sostegno ai ceti più deboli e la lotta alla povertà sia compito assegnato alla spesa per il welfare e non alla leva fiscale.

Infine la questione che il gruppo politico cui appartengo ritiene ineludibile è l’obiettivo di ridurre l’evasione fiscale, il cui ammontare complessivo mette a rischio qualsiasi plausibile e ragionevole riforma. I dati esposti, tra gli altri, dalla Banca d’Italia, dal Cnel, dalla Guardia di Finanza – confermati annualmente dal Rapporto sull’economia sommersa – consegnano ancora la fotografia di una ricchezza imponente sottratta al fisco, sia come imponibile evaso che come imposta non versata. I risultati sul fronte della riduzione del tax gap della fatturazione elettronica, dell’invio automatico dei corrispettivi, dello scambio automatico di informazioni tra le amministrazioni fiscali per i soggetti transfrontalieri, della dichiarazione precompilata, suggeriscono di proseguire nella strada intrapresa di utilizzare le banche dati e le informazioni digitalizzate per semplificare il rapporto con i contribuenti leali e rendere meno facile l’evasione e l’elusione fiscale.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) costituisce l’occasione per indirizzare risorse aggiuntive a un grande progetto di investimento in capitale umano e fisico delle amministrazioni fiscali.

Capogruppo Pd commissione Finanze

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