Interventi

Declino demografico e immigrazione, il nodo italiano

di Luigi Bonatti

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(ANSA )


3' di lettura

L'Italia rappresenta un'anomalia, avendo attratto molti migranti pur avendo un tasso di occupazione strutturalmente molto basso (sotto al 60%, circa 10 punti in meno della media UE e 20 punti in meno dei Paesi Nord-europei). Impressionanti le cifre del Sud: solo il 44% della popolazione in età da lavoro è occupata (tra le donne si scende al 32%), laddove metà del divario nel PIL pro capite tra Sud e resto del Paese (nel Sud è il 56% che nel Centro-Nord) è attribuibile al più basso tasso di occupazione (il resto alla più bassa produttività).

A fronte dei tanti italiani che non lavorano, ci sono oggi in Italia due milioni e mezzo di occupati stranieri. La stragrande maggioranza svolge attività a basso o bassissimo valore aggiunto, e quindi molte famiglie straniere regolarmente residenti sono povere (il 30% è in povertà assoluta). Ciò avrà due prevedibili conseguenze. La prima è che ora gli stranieri, essendo entrati in Italia di recente, son più giovani dei nativi e bilanciano il fatto di pagare in media meno tasse e contributi previdenziali con il fatto di usufruire meno dei nativi di prestazioni previdenziali e sanitarie. Presto però non sarà più così. Ci sarà inoltre bisogno di misure assistenziali per contrastare l'alta incidenza della povertà tra gli stranieri. Ciò crea dubbi sui benefici che, secondo alcuni, gli immigrati apporterebbero alla sostenibilità della finanza pubblica. La seconda è che in un Paese a bassa mobilità sociale intergenerazionale come l'Italia molti immigrati di seconda generazione rischiano di restare segregati in attività precarie e di pura sussistenza, cronicizzando quanto è già visibile, cioè un ampio sotto-proletariato di origine straniera foriero di tensioni sociali.

Gran parte dell'aumento netto dell'occupazione è stato dovuto negli ultimi 25 anni ad immigrati impegnati in occupazioni a bassa qualifica, contribuendo al ristagno della produttività aggregata riscontrato nel periodo. Non sembra essersi materializzato quell'effetto positivo su produttività e PIL pro capite che gli immigrati non qualificati hanno avuto in altre economie, consentendo ai nativi di spostarsi verso attività a più alto valore aggiunto. Tale beneficio in termini di PIL pro capite viene pressoché vanificato se, come in Italia, ci sono molti lavoratori nativi che non sono occupati e necessitano di sussidi (vedi reddito di cittadinanza). Un'abbondante offerta di immigrati a basso salario di riserva può contribuire ad ancorare l'economia italiana su una traiettoria in cui la composizione del prodotto è sbilanciata verso beni e servizi a bassa tecnologia ed è alta l'incidenza di modalità produttive ad uso intensivo di lavoro non qualificato.

A ciò viene obiettato che il calo demografico impone comunque il ricorso agli immigrati. In assoluto, questo è falso: tenendo per buone le proiezioni secondo cui la popolazione italiana (in assenza di flussi migratori) scenderà a metà di questo secolo a 51 milioni di abitanti, è facile calcolare che, se l'Italia avesse nel 2050 il rapporto occupati-popolazione che ha oggi la Germania, essa anche senza immigrati avrebbe allora 4 milioni di occupati in più di quanti ne ha ora. Inoltre, un graduale ma deciso aumento del tasso di occupazione non solo alzerebbe il reddito pro capite e permetterebbe a breve-medio termine di gestire la transizione demografica senza ricorrere all'immigrazione, ma getterebbe le basi per un recupero della natalità. L'evidenza internazionale mostra infatti che esiste una relazione positiva tra tasso di occupazione e fecondità, in quanto la carenza di occupazioni decenti induce i giovani a posticipare o a rinunciare a far figli.

Per dare un lavoro accettabile a quei tre milioni e mezzo di italiani che ci allineerebbero alla media UE, occorrerebbero politiche volte sia a creare le condizioni per attrarre/favorire lo sviluppo di imprese competitive, favorendo così l'up-grading tecnologico della struttura produttiva, che a rendere appetibili quei lavori che sono divenuti prerogativa dei migranti. Senza questi lavori, infatti, è del tutto irrealistico alzare significativamente il tasso di occupazione (soprattutto dove ora è più basso). Senza qui entrare nel merito, uno degli strumenti da considerare, in aggiunta ad una riduzione generalizzata e permanente del cuneo fiscale, è quello proposto dal Nobel Edmund Phelps, cioé i sussidi alle imprese che occupano i lavoratori a bassa qualifica. Si tratta di politiche costose, e alla luce di una realistica valutazione del potenziale di crescita di lungo periodo dell'economia italiana, un rialzo consistente del tasso di occupazione appare incompatibile con l'assorbimento di nuovi flussi migratori quali quelli degli ultimi decenni (o dell'ordine dei 191 mila di media annua delle proiezioni ISTAT).

Luigi Bonatti è professore ordinario di politica economica all'Università di Trento, dove insegna economia internazionale

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