ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe tensioni nel governo

Decreto aiuti, l’incognita M5S al Senato. Draghi al Quirinale

Il testo passa al Senato dove va approvato entro la settimana. Governo autosufficiente anche senza i voti dei Cinque Stelle

Conte: “Di Maio ha rinnegato principi e valori professati per anni, uscita M5S scelta conseguente”

2' di lettura

La deadline già fissata dal leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte per delineare il futuro del Movimento, dentro o fuori la maggioranza, è fine mese. Ma i suoi parlamentari sono chiamati prima alla prova del fuoco. A pochi giorni dal voto di fiducia al Senato sul decreto aiuti (la votazione dovrebbe arrivare giovedì 14 luglio), i Cinque Stelle sono indecisi se uscire dall’Aula di Palazzo Madama mettendo a verbale il loro “non voto”. La riserva andrà sciolta nelle prossime ore. In questo clima di fibrillazione il presidente del Consiglio Mario Draghi è al Quirinale per un colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Intanto alla Camera i deputati hanno lasciato l’emiciclo al momento del voto (ma avevano dato disco verde alla fiducia giovedì 7 luglio): il testo è stato approvato con 266 voti a favore e 47 contrari, passa al Senato, dove dovrà essere approvato, pena la decadenza, entro la settimana. Ma a Plazzo Madama fiducia e voto finale sono un unicum e ci si deve esprimere una volta e per tutte. Sì o no alla fiducia e, dunque, al decreto che reca in sé la dibattuta norma, invisa ai pentastellati, che apre la strada al termovalorizzatore a Roma. Una scelta delicatissima, non indifferente per la tenuta del governo.

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La linea dura tra i senatori

Al Senato l’ala critica con il governo è predominante: una decina di senatori, stando alle indiscrezioni raccolte dall’agenzia Adnkronos, sarebbe pronta a non votare la fiducia, anche se l’indicazione dei vertici dovesse andare in direzione contraria. Anche gli uomini più vicini a Conte, del resto, spingono per l’Aventino: «Tornare indietro ormai è impossibile», il ragionamento.

Il segnale da Draghi

Nel quartier generale di via di Campo Marzio si attende un segnale da Draghi, che potrebbe arrivare già martedì 11 luglio, quando il presidente del Consiglio vedrà i sindacati- Un incontro previsto da tempo, in cui però si dovrebbero cominciare a sviscerare diversi temi di peso, non indifferenti per i 5 stelle: dai minimi salariali al taglio del cuneo fiscale. Temi inseriti sentiti nel documento che Giuseppe Conte ha consegnato al premier lunedì 4 luglio.

I numeri del governo

Se M5s dovesse uscire dal governo, l’esecutivo Draghi avrebbe comunque i numeri, tanto alla Camera quanto al Senato, anche se ovviamente sul piano politico l’uscita di un partito cambierebbe profondamente il profilo dell’esecutivo Draghi che dovrebbe salire al Quirinale per un confronto con il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

A Palazzo Madama il Governo, quand’anche i 62 senatori di M5s si tirassero indietro, potrebbe contare sul consenso di altri 203 voti (su 321), escludendo i 6 senatori a vita non sempre presenti (Fi 51, Ipf 10, Iv 10, Lega 61, Pd 39, Autonomie 6, Misto 21, dove confluiscono i parlamentari di Leu, Azione/+Europa, Italia al Centro, NcI, Noi di Centro). A Montecitorio se venissero meno i 105 voti dell’intero gruppo di M5s, la maggioranza Draghi disporrebbe comunque di 449 deputati.

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