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Decreto attuativo sui nuovi Pir pronto, ma fermo al Ministero

di Morya Longo


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(Imagoeconomica)

2' di lettura

Il decreto attuativo necessario per dare vita ai “nuovi” Pir è pronto al Ministero dello sviluppo economico. Fonti vicine al dossier lo confermano al Sole 24 Ore. In teoria dovrebbe vedere la luce entro il 30 aprile, data massima per rispettare il limite di legge. Ma non è certo. Anche perché già doveva arrivare a febbraio. E non è arrivato. Poi si aspettava per marzo. E non è arrivato. Ora, con le ferie pasquali in mezzo, non è scontato neppure che arrivi per il 30 aprile. Ma almeno è scritto. E questo è un passo avanti.

Il decreto attuativo è necessario per dare un volto e caratteristiche precise ai nuovi Pir. La legge di Bilancio, che ha ridisegnato questi strumenti, ha previsto infatti alcune novità importanti. Per esempio i nuovi Pir dovranno investire il 3,5% in fondi di venture capital e un altro 3,5% in società quotate su Mtf. Questo limite (soprattutto il primo) ha bloccato il mercato nel 2019: fintanto che non si delineano i dettagli con il decreto attuativo, e fintanto che non si risolvono alcune problematiche tecniche, nessuno può proporre alla clientela nuovi Pir. E il timore è che neppure il decreto possa sciogliere i nodi.

Il problema principale è proprio il limite del 3,5% da investire tassativamente in fondi di venture capital. Il nodo tecnico è questo: i Pir sono fondi Ucits aperti, che tutti i giorni devono pubblicare il valore dei loro attivi (Nav). In teoria i fondi Ucits possono investire in strumenti illiquidi (come i venture capital) fino al 10%, ma nessuno lo fa mai se non per percentuali piccole. Da un lato perché gli strumenti illiquidi sono per definizione difficili da smobilizzare e dunque diventano una trappola per fondi aperti che garantiscono ai risparmiatori la liquidabilità quotidiana delle loro quote. Dall’altro perché asset illiquidi sono difficili da valutare quotidianamente e dunque diventa complesso per i fondi Pir calcolare il Nav.

Come risolvere il problema? Se ormai è accantonata l’ipotesi di arrivare alla soglia del 3,5% gradualmente in tre anni, la soluzione che il decreto attuativo ha trovato pare essere questa: per soddisfare l’obbligo di investire il 3,5% in fondi di venture capital, i Pir potranno comprare non solo fondi chiusi ma anche veicoli quotati sugli Mtf, come le Spac o le Sicav quotate. Insomma: la definizione di venture capital viene di fatto allargata. Sarà sufficiente? Sul mercato qualche dubbio emerge: il rischio è che dare incentivi fiscali ai Pir per investire in strumenti diversi dai venture capital possa essere interpretato come un aiuto di Stato dall’Unione europea. Il decreto prevede che le Spac debbano avere caratteristiche precise, ma sul mercato qualche dubbio emerge. Ovviamente sono dubbi preliminari: «Prima di giudicare - dicono tutti - devo leggere il decreto». Vero. Ma in attesa di un decreto Godot, che non arriva mai, non resta che analizzare le indiscrezioni.

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