sanità

Decreto Calabria, iniezione di 18 mila giovani medici in corsia. Ma l’Università fa muro

di Barbara Gobbi


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(FOTOGRAMMA)

3' di lettura

Specializzandi assunti in corsia negli ultimi due anni di corso, per poter supplire alle gravissime carenze di organico. È quanto prevede il decreto Calabria, il cui disegno di legge di conversione è all'esame del Senato dopo il via libera alla Camera, la settimana scorsa. Una misura cui plaudono i sindacati e che va a rafforzare quanto già previsto dalla legge di Bilancio, che stabiliva l’arruolamento dei giovani medici solo a partire dall’ultimo anno. Ma insomma, la via tracciata era già quella, in piena sintonia con le indicazioni della ministra Giulia Grillo, che ha appena confermato la linea intervenendo su Facebook.

Una risposta al gap di medici specialisti
La misura, unita allo sblocco delle assunzioni di personale nel Servizio sanitario nazionale, sarebbe un intervento-tampone cruciale per dare una risposta immediata al gap di medici specialisti, considerando che in sei anni ne usciranno dal Servizio sanitario nazionale ben 16.700 e che circa 8mila oggi sono intrappolati nell'”imbuto formativo” tra laurea e accesso alla borsa di specializzazione. L'arruolamento dei giovani pare anche la via per scongiurare il ricorso alle soluzioni più fantasiose messe in campo da Nord a Sud della Penisola, come Veneto e Molise: dalla chiamata di medici stranieri al recupero dei camici bianchi già pensionati fino ai medici militari.

Disponibili circa 18mila giovani medici in corsia
«Con il decreto Calabria - stima il segretario nazionale dell'Anaao Assomed Carlo Palermo - avremmo subito disponibili circa 18mila giovani medici in corsia: 12mila del biennio attuale più 6mila il prossimo anno. Un'iniezione di forze nuove, da assumere a tempo determinato con il contratto della dirigenza per poi stabilizzarle tramite concorso. Questa è anche la ricetta per trattenere i giovani, la cui formazione costa tra i 150mila e i 200mila euro, e che sempre più rispondono al richiamo del privato o delle proposte di lavoro dall'estero. Un drenaggio che crescerà nei prossimi cinque anni, visto che al 2023 si stima che la richiesta di medici nell'Unione europea possa arrivare a quota 230mila».

Il “no” dell'Università e l'attacco del sindacato
Contro l'arruolamento di giovani non ancora del tutto formati si schiera però, anche se non proprio compatto, il pianeta Università. Prima una lettera durissima firmata da 100 docenti universitari - indirizzata alle massime cariche dello Stato e al presidente della Crui, la Conferenza dei rettori - in cui si rilevano “profili di incostituzionalità” del nuovo articolo 12 del decreto Calabria. Poi le richieste di modifica del decreto Calabria presentate dalla stessa Crui e del Cun (il Consiglio universitario nazionale). La qualifica di dirigente assegnata a medici ancora specializzandi, profili di sicurezza delle cure ai cittadini e la mancata urgenza (che dovrebbe essere requisito proprio di un decreto legge): questi i tre puntelli su cui si basa la contestazione dei 100 docenti, che hanno come capofila le università di Napoli. Mentre Crui e Cun nelle loro proposte di modifica chiedono soprattutto paletti: l'arruolamento limitato all'ultimo anno (nel caso di borse quinquennali è stato esteso anche al biennio finale) e che le assunzioni avvengano solo nell'ambito della rete formativa che include anche le Università.

Lo scontro con il sindacato
Inevitabile lo scontro con il sindacato, che da sempre chiede la contrattualizzazione dei giovani colleghi in corsia. «I baroni universitari - attacca Palermo in risposta alla presa di posizione degli Atenei - alzano le barricate contro ogni tentativo di cambiare un sistema di formazione medica post laurea del cui fallimento sono i principali responsabili e gli unici a non accorgersi. Incuranti del ridicolo, gridano alla violazione costituzionale in relazione alla disparità di trattamento con i medici già specialisti, ignorando che le due popolazioni professionali vengono inserite in due distinte graduatorie e che quella degli specializzandi si attiva solo dopo l'esaurimento della prima. Gridano alla compromissione della qualità dell'assistenza, nell'ipocrisia del “si fa ma non si dice” che omette di rivelare che già oggi nei loro policlinici usano i medici in formazione per l'attività assistenziale, da soli, di giorno e di notte. Gridano all'assenza di urgenza, come se non fosse urgente intervenire per rimediare alla carenza di specialisti che sta mettendo in ginocchio il servizio sanitario nazionale. E fingono di non vedere la sanità da tempo di guerra evocata dal caos normativo prodotto dalla creatività delle Regioni, nel tentativo affannoso di evitare sulla porta degli ospedali il cartello “chiuso per ferie”».

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