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Decreto dignità, più che un cambiamento un tuffo nel passato

di Guido Gentili

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2' di lettura

Se il primo atto (per decreto) del “governo del cambiamento” si segnala per un tuffo nel passato, vuol dire che sono troppi i conti, anche politici, che non tornano. A tal punto che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si affretta a dichiarare che “ovviamente il Governo non è in contrasto con il mondo imprenditoriale”, mentre il suo vice nonché ministro dello Sviluppo e del Lavoro, Luigi Di Maio, preannuncia che con la prossima legge di bilancio verranno tagliati i costi del lavoro.

Forse il decreto che a partire dai contratti a termine, al di là della lodevole intenzione di combattere la precarietà, finisce per reintrodurre vincoli e costi all'insegna del ritorno a un’idea novecentesca di un mercato del lavoro bloccato è scivolato un po' oltre le intenzioni iniziali dei proponenti? Forse durante la preparazione dei testi ci si è dimenticati che la campagna elettorale era finita assieme ai suoi innumerevoli slogan e che governare significa anche ascoltare chi per mestiere fa impresa sul campo? Qualcuno si è distratto? Perché l’altro vice premier, il ministro dell’Interno nonché leader della Lega, Matteo Salvini, ha disertato il primo Consiglio dei ministri del “governo del cambiamento” preferendo il Palio di Siena?

Dl dignità, Di Maio: imprese non hanno di che preoccuparsi

Fatto è che il danno è fatto e, come è stato notato, con queste misure avremo più cause legali che occupati, in un Paese che si ritrova improvvisamente meno attrattivo. Mentre il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, a proposito di svolte e cambiamenti, ha un’idea esplosiva al contrario: discontinuità significa non far saltare i conti.

Naturalmente ci può essere tempo e modo per correggere un passo d’avvio più anti-storico che storico. Basta confrontarsi con la realtà ed avere come orizzonte un Paese che cambia, sì, ma in meglio e non in peggio.

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