Opinioni

Decreto rilancio, più dati contro gli sprechi

Siamo in piena Fase 2, ma ancora non sappiamo quanto siano state efficaci le politiche messe in campo finora

di Andrea Garnero

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(REUTERS)

Siamo in piena Fase 2, ma ancora non sappiamo quanto siano state efficaci le politiche messe in campo finora


3' di lettura

Stiamo guidando in un tunnel senza luce, di cui non vediamo bene l’uscita, abbiamo un solo faro che funziona e non stiamo usando neanche quello. È sostanzialmente questa la situazione in cui si trovano a operare i nostri decisori politici al momento. Siamo ormai in piena Fase 2 e un nuovo maxi decreto ha stanziato cifre ingenti a sostegno di famiglie e imprese, ma ancora non sappiamo molto sull’“entità dei danni” subiti durante la Fase 1, né se né quanto siano state efficaci le politiche messe in campo finora.

Due settimane fa l’Istat ha fornito i primi numeri sul Pil e il mercato del lavoro. Se presi alla lettera uno potrebbe anche tirare un sospiro di sollievo. Il Pil, per quanto in caduta libera, è calato meno che in Francia e Spagna. La disoccupazione è perfino diminuita (questo risultato un po’ paradossale, in realtà, è dovuto a un travaso verso l’inattività poiché, non potendo cercare attivamente un lavoro i disoccupati diventano, dal punto di vista statistico, “inattivi”). Anche se consideriamo l’occupazione totale, il vero indicatore da tenere d’occhio in questo momento, l’Istat ha registrato solo una riduzione di 27mila unità (-0,1%). Quindi, alla fine, meno peggio di quanto ci si sarebbe potuto aspettare?

In realtà non sappiamo. I dati Istat indicano la direzione, ma è ancora presto per una quantificazione esatta. Le rilevazioni sulle forze lavoro non hanno la granularità e rapidità per cogliere l’entità di shock improvvisi come quello in corso. Inoltre, il confinamento ha avuto un impatto anche sulla raccolta dati: il campione utilizzato dall’Istat per il mese di marzo è del 20% inferiore a quello standard con un conseguente aumento dei margini di errore.

In situazioni come queste, un prezioso complemento di informazione potrebbe venire dai dati amministrativi, cioè i dati in mano a Inps, Regioni o ministero del Lavoro che coprono l’universo (o quasi) delle imprese o dei lavoratori e che in tempo reale registrano quello che sta succedendo. Solo Piemonte, Toscana e Veneto, coordinate dall’ufficio studi della Banca d’Italia, hanno rilasciato una prima rapida elaborazione e il quadro che ne emerge è ben più drammatico dei dati Istat. Secondo Veneto Lavoro, ente regionale che da anni produce analisi autorevoli e dettagliate, «nel periodo compreso tra il 23 febbraio e il 19 aprile 2020, si è registrata in Veneto una perdita di circa 48-50 mila posizioni di lavoro dipendente, corrispondenti all’incirca al 2,5-3% dell’occupazione dipendente». Altro che -0,1 per cento.

I dati per Piemonte, Toscana e Veneto, inoltre, mostrano come questa perdita stia tutta sul canale di entrata. Infatti, se cassa integrazione e blocco dei licenziamento hanno evitato che i lavoratori italiani perdessero il proprio posto di lavoro, purtroppo non possono fare nulla per garantire il rinnovo a chi aveva un contratto temporaneo arrivato a scadenza o a un disoccupato che avrebbe potuto trovare un lavoro e vede invece la porta improvvisamente chiusa. Ancora una volta chi sta ai margini del mercato del lavoro è il primo a essere colpito dallo shock senza neanche avere necessariamente pieno accesso alle politiche di sostegno al reddito attualmente disponibili.

Le informazioni che abbiamo per Piemonte, Toscana e Veneto sono disponibili per tutte le regioni perché si fondano sulle cosiddette comunicazioni obbligatorie che le imprese devono inviare quando aprono, prorogano, trasformano o interrompono (per licenziamento o dimissioni) un rapporto di lavoro, ma non sono analizzate con uguale frequenza. A livello nazionale, le troviamo solo nella Nota trimestrale pubblicata da Istat, ministero del lavoro, Inps, Inail e Anpal che però al momento si ferma al quarto trimestre 2019. Dovremo aspettare l’estate per sapere cosa è successo a marzo e l’autunno per quello che è successo ad aprile. Quella lettura integrata, in questo momento, sarebbe necessaria con maggiore tempestività perché solo da un’analisi congiunta dei vari dati è possibile capire dove e come indirizzare le (non infinite) risorse disponibili e ridurre in parte l’inevitabile incertezza che caratterizza la politica economica in questo periodo.

Le varie istituzioni in questo momento stanno probabilmente lavorando al limite delle proprie possibilità data l’eccezionalità del momento. In accademia sono tanti che sarebbero disponibili ad analizzare quei dati gratis. Ma se anche fosse necessario stanziare qualche risorsa supplementare per analisi più tempestive sarebbero soldi ben spesi perché ci permetterebbero di evitare di distribuirne altri a pioggia o di pagare successivamente i costi economici e sociali di interventi mancati.

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