politica 2.0

Decreto sicurezza, Salvini tace sulla lettera del Quirinale a Conte

di Lina Palmerini

(Maria Laura Antonelli / AGF)

2' di lettura

Dopo la firma di Mattarella, Salvini festeggiò con un «ciapa lì e porta a cà» e ieri l’ha tirato in ballo un’altra volta come se avesse bisogno di uno scudo più efficace per contrastare la sollevazione di alcuni sindaci sul decreto sicurezza. «Se c’è una legge approvata dal Parlamento, dal Governo e firmata dal Presidente della Repubblica, si rispetta. È troppo facile applaudire Mattarella quando fa il discorso in televisione a fine anno e due giorni dopo sbattersene». Certo, fa uno strano effetto sentire il capo leghista correre dietro agli atti e alle parole del capo dello Stato e quindi la prima domanda è se, per caso, si senta in difficoltà davanti alle argomentazioni di alcuni sindaci, e di alcuni esperti di immigrazione, che fanno notare come quelle norme più stringenti - in realtà - creino più clandestini. Un effetto boomerang dovuto soprattutto al fatto che quella promessa elettorale sui 100 rimpatri al giorno è ancora lontanissima dall’essere realizzata.

Forse, quindi, era necessaria la tirata sui “timbri” del Governo, Parlamento e pure del Quirinale per nascondere le difficoltà del Viminale a portare numeri credibili sul controllo e argine al fenomeno della clandestinità. Ma la chiamata in causa di tutti sulla legge, forza il racconto su quello che fu il suo iter. Che, si ricorda, è stato piuttosto faticoso. Un vero e proprio andirivieni di bozze tra Viminale e Colle che ha portato a stralciare alcune parti palesemente incostituzionali, limarne altre lasciando però spazi a un’area grigia in fase applicativa di cui Mattarella era consapevole. Tant’è che con un gesto poco usuale per lui, contestualmente al via libera, scrisse una lettera a Conte in cui metteva in guardia dai rischi di violazione della Costituzione. «Avverto l’obbligo di sottolineare – scriveva il 4 ottobre scorso al premier - che in materia restano fermi gli obblighi costituzionali e internazionali dello Stato». Come dire che la legge apriva varchi, in fase attuativa, a possibili violazioni. Quali? Innanzitutto l’art.2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e poi l’art. 10 che prevede come la condizione giuridica dello straniero sia regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

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Insomma, la chiamata in solido del ministro dell’Interno al Colle non ha molto senso se non, appunto, in un’ottica più politica che giuridica. Salvini ricorda la firma presidenziale che però è un atto dovuto se non ci sono manifeste incostituzionalità – spetterà poi alla Consulta un vaglio approfondito sulle norme – e tra l’altro non è un’adesione ai contenuti della legge. Anzi, si direbbe il contrario. Proprio il messaggio di fine anno di Mattarella - citato da Salvini - è stato un controcanto alla sua impostazione sulla sicurezza con quell’insistenza su una convivenza civile, sui buoni sentimenti e il saluto ai 5 milioni di immigrati. Evidentemente il capo della Lega ieri ha preso solo quello che gli serviva: una “copertura” istituzionale alla sua legge consapevole, pure lui, dei difetti tra il rischio di creare più clandestini e le difficoltà a mantenere la promessa sui rimpatri.

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