conti pubblici

Def, sul debito l’incognita dei 18 miliardi di dismissioni

di Marco Rogari e Gianni Trovati

Il debito pubblico rischia di superare il 145% del Pil nei prossimi 10 anni


2' di lettura

A complicare i lavori per il Def è la cifra chiave delle tabelle che il governo dovrà presentare al Parlamento: quella sull’andamento del debito pubblico. È lì l’effetto più immediato della caduta della crescita che nel tendenziale 2019 sarà dello 0,1% secondo i calcoli del Mef. Perché il castello costruito a dicembre puntava per quest’anno a tagliare dell’1% il peso del debito sul Pil, passando dal 131,7% al 130,7 per cento. Il primo colpo è arrivato dall’Istat, che ha certificato a fine 2018 un debito già risalito al 132,1 per cento. Ma è la linea da scrivere nei programmi ufficiali a rappresentare il dato più sensibile, prima di tutto per i mercati.

La gelata dell’economia abbassa il Pil reale ma anche l’inflazione, e quindi la crescita nominale. Intanto i tassi rimangono alti, anche se un po’ sotto i livelli degli ultimi mesi 2018. L’incrocio fra i due dati determina una spinta “automatica” verso l’alto del debito, che viaggia a un ritmo superiore rispetto al Pil nominale.
Non solo. La discesa di un punto messa in programma a fine anno dopo la sudata trattativa con Bruxelles poggiava su due presupposti: una crescita (tendenziale) dello 0,6%, tale da mantenere piatta la linea del debito, e un piano straordinario di privatizzazioni da 18 miliardi, a cui è stato affidato il compito di curvarla verso il basso. Lo 0,6% per quest’anno è ormai archiviato. E nel nuovo quadro il punto di Pil di privatizzazioni cambia ruolo: serve a evitare di far salire il debito, più che a farlo scendere.

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Il problema è che finora il piano è rimasto confinato nella carta dell’ultimo programma di bilancio concordato con la commissione. E al momento non si ha notizia di mosse operative per tradurlo in pratica. Anche perché non mancano nelle stesse stanze dell’Economia le perplessità sulle effettive possibilità di realizzazione. Vendere le principali partecipazioni azionarie aiuterebbe i conti di quest’anno, ma significherebbe rinunciare ai ricchi dividendi (2,8 miliardi nel 2018; si veda pagina 3) offerti dalle principali aziende nel portafoglio del Tesoro. Senza contare i dubbi intorno alle ipotesi di cessione a Cdp, che potrebbero incontrare obiezioni serie in Europa. Mentre fatica a partire anche l’altro piano extra, per dismettere immobili dello Stato per 950 milioni quest’anno. In questo caso il lavorio preparatorio è in corso: ma l’obiettivo punta più a contenere il deficit che il debito.

Il problema si ripropone anche per il 2020. La crescita di base allo 0,6% comparsa nelle tabelle in corso di elaborazione non è troppo lontana dai programmi originari (tendenziale allo 0,8%). E per l’anno prossimo potrebbe essere rinforzata dalla spinta del “pacchetto crescita” atteso la prossima settimana in consiglio dei ministri, che per il 2019 difficilmente potrà invece portare più di 1-2 decimali di Pil in più. Ma tutti i numeri devono ancora trovare un assetto definitivo, che potrebbe richiedere almeno qualche giorno in più rispetto alla scadenza del 10 aprile ribadita dal ministro Tria alla Camera.

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