POLITICA FISCALE

Def, poca crescita e debito in aumento: gli effetti della manovra Lega-M5S

di Riccardo Sorrentino


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5' di lettura

Ha senso, da un punto di vista economico? Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in un’intervista al Sole 24 Ore, è convinto di sì, con argomentazioni molto ampie e articolate. Gli economisti hanno però molti dubbi. La manovra del governo pentaleghista ha allarmato gli investitori e molti analisti, malgrado l’ottimismo, gli entusiasmi e la voglia dei leader politici di sfidare, invece di gestire, i vincoli, non solo legali. Il rischio di conseguenze non volute è però effettivamente alto: gli effetti sulla crescita sembrano limitati o nulli, il debito nella migliore delle ipotesi resta fermo a livelli altissimi (ma rischia seriamente di esplodere), la credibilità e il potere contrattuale dell’Italia in Europa si riduce invece di aumentare.

Impatto economico e ciclo elettorale
Non c’è niente di più complesso in realtà che valutare la politica fiscale. Non tanto perché le opinioni, la demagogia, tentano di zittire i discorsi più rigorosi: è difficile ma non impossibile separare i due linguaggi. Piuttosto perché misure e obiettivi - a cominciare da quelli elettorali, mai assenti - si mescolano tra loro. L’impatto economico è inoltre diverso da quello sociale, ed è difficile portarli a comun denominatore.

Una manovra «di discontinuità»
Per i politici, tutti, il discorso è molto semplice. Vivono una cultura - molto comoda perché invita a non chiedersi, di fronte a una misura fiscale: “Quanto costa?” - in cui aumentare il deficit significa comunque stimolare la crescita: un’impostazione detta keynesiana ma in realtà legata al nome dell’economista svedese Gunnar Myrdal e poi sviluppata da diverse correnti eterodosse postkeynesiane. In questa prospettiva, per esempio, Riccardo Realfonzo su economiaepolitica.it ha salutato la manovra («al netto delle perplessità sulla qualità») registrando «il tentativo di una soluzione di discontinuità con l’austerity del passato». Dove austerity significa anche la riduzione del disavanzo degli anni passati, in gran parte legata però alla riduzione della spese per interesse determinato dal quantitative easing della Bce e quindi non restrittiva.

Moltiplicatori bassi o nulli
L’idea alla base di questa impostazione è quella del moltiplicatore: l’aumento del deficit, si insegna, ha (può avere) effetti moltiplicatori sulla domanda e quindi, per questa via, sull’offerta e la produttività. Il vicepremier Luigi di Maio non a caso ha parlato di «manovra ad alto moltiplicatore». Le ricerche empiriche, in realtà, mostrano che i moltiplicatori - diversi per le spese e per le entrate - cambiano in dipendenza del ciclo economico. Sono alti nelle recessioni molto profonde - quando è utile farli scattare - bassi o nulli nelle fasi di crescita; e l’Italia, in questa fase, cresce. Lentamente ma cresce.

Prometeia: effetto nullo sulla crescita
Anche quando si ammette che la manovra sia davvero di stimolo, l’ottimismo ha poco spazio. «La manovra è sicuramente espansiva, anche se si concentra sui trasferimenti e non su misure che aumentino la crescita potenziale - spiega Lorenzo Forni segretario generale di Prometeia Associazione, il Think tank di Prometeia e docente di Economia all’Università di Padova -. C’è però un impatto restrittivo sui consumi e un aumento dei costi di finanziamento legati all’aumento dello spread. È aumentata l’incertezza, non è più chiara la linea del governo sul debito, su come intende ridurlo. Così si genera incertezza e si espone il paese a rischi nel caso in cui ci fosse una recessione in futuro: tutto questo si paga».

Un’ipoteca sugli investimenti
È un’opinione questa tanto più rilevante in quanto Prometeia ha sottolineato più volte il problema della povertà in Italia, la necessità di destinare almeno altri 10 miliardi per risolvere questo problema. «Alcune misure sono condivisibili - aggiunge Forni -. Quello che è mancato è il coraggio di prenderle senza aumentare il deficit. Ed è difficile pensare che il debito aggiuntivo sia finanziato dall’estero. Sarà chiesto agli italiani e quindi una parte del risparmio sarà destinato a titoli di Stato e non agli investimenti produttivi. È, questa, un’ipoteca sugli investimenti».

Manasse: rischio di un’esplosione del debito
Il livello altissimo del debito fa il resto. Secondo le proiezioni elaborate da Paolo Manasse, docente di Economics all’Università di Bologna, nel suo blog, con un avanzo primario del 2%, tassi reali in aumento al 4% nel 2040 e una crescita del Pil stabile all’1,5% sarebbe possibile mantenere il debito ai livelli attuali nel lungo periodo. Le altre due ipotesi - una media, una pessimistica - portano invece il debito rispettivamente al 160% e al 190%. Sono scenari che non tengono conto della possibilità di un aumento improvviso dello spread o di una crisi di fiducia sul debito che blocchi la crescita, effetti «che in realtà diventano piuttosto probabili, perché in due dei tre scenari il rapporto debito-Pil si colloca su un sentiero esplosivo», ossia aumenta molto rapidamente senza elementi frenanti.

Oxford: possibile un deficit effettivo vicino al 3%
Senza contare che quel 2,4% potrebbe risultare insufficiente per le politiche volute dal Governo. «Le poche informazioni disponibili sulle misure fiscali suggeriscono un chiaro rischio che il deficit si avvicini al limite Ue del 3% del Pil», spiega Nicola Nobile, di Oxford Economics in una nota. «Con più alti tassi di interesse, il blocco degli aumenti dell’Iva e le altre “spese obbligatorie” il governo dovrà trovare risorse addizionali», aggiunge. Anche Nobili è d’accordo sul fatto che «gli effetti sulla crescita di una politica fiscale leggermente più espansionistica saranno limitati»: le previsioni della Oxford Economist per il 2019 puntano ancora su una crescita dell’1% circa.

Barclays: debito sempre più instabile
Anche meno ottimista, sulla tenuta del debito, Fabio Fois di Barclays: «Il rallentamento degli sforzi sul fronte della politica fiscale, insieme a un più debole orientamento a favore della crescita, metteranno l’equilibrio del debito dell’Italia su un sentiero sempre più instabile nel medio termine». Anche perché, ha poi aggiunto in una nota successiva all’intervista di Tria, «Non ci aspettiamo che le annunciate spese per infrastrutture pubbliche, da 15 miliardi, sostengano la crescita in modo decisivo, almeno nel breve termine». Senza contare che, in termini strettamente politici, c’è «il rischio che l’Italia possa perdere ulteriore capitale politico agli occhi dei mercati finanziari e dei partner europei». Con un conseguente indebolimento, si può aggiungere, di potere contrattuale: l’opposto di quel che il Governo punta a ottenere con la manovra.

Schroders: i mercati esagerano, ma l’Italia resta vulnerabile

I mercati hanno quindi ragione? Per Azad Zangana, di Schroders, la loro reazione è «esagerata». «Assisteremo probabilmente al ritorno di un senso di calma, anche se il problema continuerà a persistere». Soprattutto, «l’Italia resterà vulnerabile a qualsiasi colpo alla crescita, che sia di tipo ciclico o che si tratti di uno shock». Nel lungo termine, inoltre, c’è ancora preoccupazione sulla sostenibilità dei finanziamenti pubblici italiani, a causa di «dati demografici poco incoraggianti, l’assenza di investimenti e una debole crescita della produttività» che «causeranno probabilmente una stagnazione dell’economia che durerà per i prossimi decenni» (e che non sarà curabile con maggiori spese pubbliche).

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