LA NOTA DI AGGIORNAMENTO AL DEF

Def, pressing di M5S e Lega per alzare l’asticella del deficit

di Marco Rogari

(Ikon Images / AGF)

3' di lettura

Una doppia partita: all’interno del Governo e tra l’esecutivo e la Commissione europea. È quella che si sta giocando sulla collocazione dell’asticella del deficit 2019. Il confronto nella maggioranza entra nel vivo, dopo le minacce, per lo più in chiave tattica, dei giorni scorsi di superare o avvicinare il “tetto” del 3% di deficit.

E, soprattutto, dopo l’invito alla prudenza e al rispetto degli impegni presi auspicati da Pierre Moscovici, nell’intervista al nostro giornale nella quale il commissario Ue agli Affari monetari ha lasciato aperta la porta a una discussione con il Governo su una correzione del deficit strutturale sotto il previsto 0,6%. Con l’avvicinarsi del momento in cui Palazzo e Chigi e ministero dell’Economia dovranno mettere nero su bianco la Nota di aggiornamento al Def, che potrebbe anche essere presentata con qualche giorno di anticipo rispetto alla scadenza del 27 settembre, si intensifica il pressing di M5S e Lega per indicare attorno all’1,8% l’indebitamento netto della Pa (il deficit) per il 2019, ovvero un punto percentuale in più rispetto alla previsione (0,8%) contenuta nell’ultimo Def targato Padoan-Gentiloni e 2 o 3 punti decimali sopra la quota dell’1,5-1,6% su cui il Mef sembrerebbe orientato a fermare l’asticella.

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Asticella verso l’1,8%
Salendo nei dintorni dell’1,8% di indebitamento Pa lo spazio di flessibilità si tradurrebbe in 12-15 miliardi con un accentuato rallentamento del percorso di riduzione del deficit strutturale per il quale sempre il Def di aprile fissa un target dello 0,4% con uno “scarto” di 0,6 punti di Pil rispetto all’1% indicato per quest’anno. Il tutto al netto del “dossier” sulle spese per la messa in sicurezza del Paese (nuovi investimenti per infrastrutture e invasi) da tenere fuori, secondo la maggioranza, dai vincoli Ue o da utilizzare per ottenere margini maggiori di flessibilità magari facendo leva sulla cosiddette “circostanze eccezionali”. Ieri il sottosegretario alla Presidenza, Giancarlo Giorgetti, è tornato a non escludere la possibilità di sforare il tetto del 3% se questo «è necessario per mettere in sicurezza il Paese».

Il Mef vuole stare entro l’1,6%
Il livello di deficit minimo al quale punterebbero M5S e Lega sarebbe dunque sufficientemente distante dal fatidico tetto del 3% ma ancora non perfettamente in linea con le intenzioni del ministero dell’Economia, orientato a non far salire l’indebitamento Pa oltre l’1,5-l,6% (di fatto non sopra quello indicato per quest’anno nel Def di aprile) con una strategia più in sintonia con le parole pronunciate da Moscovici. La rotta tracciata dal ministro Giovanni Tria prevede un rallentamento ma non uno stop del percorso di riduzione del deficit strutturale, anche per rendere possibile la prosecuzione del processo di riduzione del debito, seppure con un andatura molto lenta, dando un segnale rassicurante all’Europa e ai mercati.

Spazi di flessibilità limitati
Gli spazi di flessibilità utilizzabili per la prossima manovra sarebbero di una decina di miliardi. Un “extra-deficit” che sostanzialmente consentirebbe di disinnescare le clausole Iva da oltre 12,4 miliardi ma che lascerebbe in carico al Governo l’onere di individuare autonomamente tutte le risorse necessarie per far fronte alle “spese indifferibili” e per mantenere fede, anche se con gradualità, alle promesse fatte in campagna elettorale da M5S e Lega, con il rischio di lasciarne qualcuna al palo o di avviarne solo simbolicamente la realizzazione. Ed è per questo motivo che la maggioranza spinge per ottenere maggiore flessibilità. Per inserire in manovra il reddito di cittadinanza «siamo in zona Cesarini», ha detto ieri il viceministro dell’Economia, Laura Castelli, confermando che per la copertura sono necessari 17 miliardi.

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