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Def, con reddito e quota 100 la spesa per lavoro e pensioni aumenta di 133 miliardi in 3 anni

di Alberto Orioli


Def: crolla la crescita, arriva la promessa della flat tax ai ceti medi

3' di lettura

Il no alla manovra correttiva è un salvacondotto per comprare il tempo fino alle elezioni europee. E alla fine è utile anche ai commissari Ue (impegnati nella campagna elettorale a loro volta) non intenzionati a fornire argomenti a chi griderebbe subito al complotto degli euroburocrati, epigoni arcigni di un rigore da far spazzare via dalla storia.

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Documento di Economia e Finanza 2019 - Programma di Stabilità dell’Italia

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Nel Def c’è un’operazione verità e qualche omissione su dove trovare le nuove risorse. L’aver cifrato l’impatto sul Pil del decreto crescita e del decreto sulle norme sblocca cantieri a un misero 0,1% dimostra quanto siano state eccessive le dichiarazioni che finora hanno celebrato le doti salvifiche per il Paese dei due provvedimenti.

Era eccessiva dunque l’aspettativa che quelle misure avrebbero fatto invertire la rotta a un Pil destinato alla stagnazione per motivi interni e internazionali. Così come era eccessiva la baldanza con cui quasi un anno fa il Governo del cambiamento accreditava il nuovo corso di un Pil all’1,5% quando tutti gli osservatori indicavano una stagione declinante. È stato quel Pil gonfiato a fare da base per immaginare una nuova strategia del denominatore che avrebbe abbattuto anche il rapporto debito/Pil e deficit/Pil e liberando risorse da destinare agli ultimi e all’equità sociale.

PER APPROFONDIRE / Il Def 2019: tutti i documenti e gli allegati

Ora ci troviamo con un Paese che ha elargito risorse a scarso impatto sull’economia, ma con i conti pubblici in pesante squilibrio.
Tanto più che il debito, macigno strutturale che ipoteca il futuro e le risorse, crescerà al 132,8% tendenziale ed è lì come alibi prossimo venturo per chi voglia far ripartire il ballo dello spread che già costa 3miliardi in più all’anno. La sensazione è che quel debito si voglia far finta di non vederlo o di vederlo con gli occhi sovranisti di un prossimo Parlamento europeo, rivoltato come un calzino e tutto orientato a non dare più alcun peso ai famigerati vincoli di Maastricht.

Così il debito sparirebbe senza sparire. Ma quella scommessa rischia di essere sbagliata anche nel caso di un ottimo piazzamento dello schieramento sovranista. Nel frattempo ci sono le indicazioni del Def: cessioni immobiliari per 600 milioni che nel triennio diventano 1,25 miliardi. E un piano faraonico di privatizzazioni per 18 miliardi (non specificati però) pari a uno 0,3% del Pil quest’anno e altrettanto nel 2020 e 21. Dai tagli della spending review ci si aspetta un miliardo. Un nonnulla per 2.300 miliardi e oltre di debito pubblico incombente.

Ma dal quadro finanziario a copertura del Piano nazionali di riforme (Pnr) il bilancio è chiaro anche se dirompente: si registrano 133 miliardi di spesa in più nel triennio per lavoro e pensioni, principalmente per coprire quota 100 e reddito di cittadinanza. Sono solo 16,6 miliardi invece le minori spese (per lo più tramite un trasferimento contabile alle Regioni) nonchè 47,5 i miliardi di minori entrare fiscali compensate però da presunte nuove entrare per 50 miliardi.

Il nuovo tema però è la flat tax o dual tax con aliquota al 15 e al 20%. Costa tra i 12 e i 17 miliardi l’anno che il governo vuole ricavare dalla revisione delle agevolazioni (la cosiddette tax expenditures): sono 466 voci per un controvalore di 55 miliardi su cui si sono cimentati in tanti ma che, alla fine, risultano aggredibili in minima parte e nei programmi più ottimisti possono far risparmiare solo pochi miliardi che rischiano di ritornare spesa sotto la veste del nuovo quoziente familiare annunciato.

Non è un caso che alla fine l’indicazione sulla flat tax a doppia aliquota sia scomparsa. Meglio affidarsi a indicazioni più generiche. Anche perché prima bisogna trovare oltre 23 miliardi per evitare di far aumentare l’Iva. Fino all’altro giorno ci avrebbe pensato l’«anno bellissimo» e la sua mirabolante crescita del Pil. Ma adesso l’aria è cambiata. E non si può scherzare. Perché lo spread non vive di propaganda.

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