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L’Argentina si prepara al voto tra default, inflazione e Fondo monetario

Viaggio tra i quartieri di Buenos Aires dove persino elle aree più periferiche risuonano le parole dell’economia . E a pochi passi dalla Bombonera, lo stadio del Boca Junior, su un graffito le parole: «Default, inflacion y Fondo monetario»

dal nostro inviato Roberto Da Rin


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(Epa)

3' di lettura

«Default, inflacion y Fondo monetario». E poi un graffito dissacrante. A pochi passi dalla Bombonera, lo stadio del Boca Junior, nessuno immaginerebbe di leggere scritte riferite alla politica economica del Paese. In un quartiere povero e periferico dove l'unica passione è quella suscitata dai calciatori di una delle squadre di calcio più forti del mondo.
L'Argentina è anche questo. Di economia qui ne parlano e ne scrivono tutti, anche “por las calles” per le strade di periferia. Le elezioni presidenziali di domenica ruotano attorno a tre vocaboli e a tre personaggi.

Il “default” scattato lo scorso settembre, “l’inflazione” al 55% e i 57 miliardi di dollari che il “Fondo” ha stanziato per evitare una duplicazione del disastro del 2001, con il presidente Fernando de La Rua che lasciò in elicottero la Casa Rosada, i 35 morti di piazza e la recessione più dura della storia del Paese.

L'Argentina al voto, Fernandez pronto a vincere al primo turno

I candidati
Ora i contendenti sono due, anzi tre: il presidente in carica, Mauricio Macri, 60 anni, liberista, e l'avversario Alberto Fernandez, 60 anni, peronista, già capo di Gabinetto del governo di Nestor Kirchner, 15 anni fa. Il terzo, pardon la terza, è in apparenza la più defilata ma in verità il demiurgo dell'operazione “riscatto peronista”. Si tratta della ex presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, già al governo per due mandati consecutivi. Favoriti sono i peronisti, il ticket Fernandez-Fernandez, uniti nella sigla “Frente para la Victoria”che ha incassato il 47% dei consensi alle primarie di agosto, battendo Macri, fermo al 32% con il suo partito “Juntos para el cambio”.

Un cambio che, secondo gli oppositori, c’è stato, ma in peggio. La prima promessa mancata è la riduzione dell'inflazione, ereditata al 25% e ora più che raddoppiata, quasi al 55 per cento. Triplicata anche la povertà, l'altro inspiegabile fattore critico di (in)successo del governo in carica. Il presidente della Caritas Argentina, Monsignor Carlos Tessera, definisce “doloroso e vergognoso” quel 35,4% di poveri. Proprio qui, nel granaio del mondo: un Paese di 45 milioni di abitanti che produce cibo per 400 milioni di persone.

I contenuti della campagna elettorale
Le presidenziali potranno essere vinte con il 45% dei voti oppure con il 40% e 10 punti di vantaggio sull’avversario. In gioco, come sempre, le riforme economiche di un Paese «con politici né buoni, né cattivi, ma incorreggibili», scriveva Borges. Uno dei paradossi di questa campagna elettorale è che il linguaggio, quasi identico, e le proposte, sostanzialmente populiste avanzate anche dal candidato liberista, costretto, scrivono gli analisti, a “peronizzarsi” per non scomparire dalla scena.

L’economia è in caduta libera, una recessione che il Fondo monetario quantifica in una caduta del Pil pari al 3,1% nel 2019 e che nel 2020 resterà in territorio negativo con un -1,3 per cento. La moneta continua a scivolare in una svalutazione senza fine. Nel Microcentro, la city di Buenos Aires, sono decine i cambisti che, in strada, urlano “pago mas”, pago di più. Un cambio nero illegale ma tollerato che gli argentini praticano regolarmente. Il presidente Macri, ha vinto nel 2015 con un cambio pari a 9 pesos per un dollaro. Oggi, di pesos, ce ne vogliono più di 60 per acquistare un biglietto verde.

Un’elezione, quella di domenica, su cui pesa anche il riflesso del Cile, sconvolto dal “toque de queda”, coprifuoco, in vigore da giorni dopo le proteste di decine di migliaia di manifestanti per il rincaro del prezzo dei mezzi pubblici. Ma non solo, per un modello economico divisivo e ormai insostenibile. Lo stesso presidente cileno Sebastian Piñera ha chiesto “scusa” in tv a reti unificate. E annunciato correzioni consistenti.
Il Paese, fino a dieci giorni fa definito il più stabile d'America Latina, mostra tutta la sua intrinseca debolezza e soprattutto si infrange l'idea di consenso generalizzato. Si infrange sui carri armati dei carabineros. Diciotto morti e centinaia di feriti.

Anche per questo il presidente argentino Macri, in campagna elettorale, non ha più rilanciato idee e concetti riconducibili al turbocapitalismo. Le crisi contestuali di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador e Venezuela scompaginano ogni schema e qualsiasi alleanza regionale.

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