Paradossi processuali

Definì cialtrone un collega no vax su Facebook: medico assolto dopo 9 anni

Accezione negativa del termine non tale da denigrare. La parola venne usata a commento di una affermazione sugli effetti dei vaccini per l’autismo

di Davide Madeddu

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2' di lettura

In un commento sui social, sotto un'intervista, aveva usato il termine «cialtrone». Per questo motivo e con l'accusa di diffamazione, un medico igienista e farmacologo è finito sotto processo. Per il pubblico ministero, così come per l'avvocato difensore che ha chiesto la non procedibilità, in base all'articolo 599 secondo comma Codice penale, quell'esternazione, è stata provocata da uno «stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui».

Processo iniziato nel 2012

La vicenda, durata nove anni e conclusa con l'assoluzione, è iniziata nel 2012. A far scattare la querela, che ha visto come persona offesa un altro medico, un commento del querelato sotto un'intervista postata sui social in una bacheca in cui si parlava di effetti collaterali dei vaccini. «Nel video - come ricostruisce la memoria della difesa firmata dagli avvocati Antongiulio Granata e Francesca Spanu - la parte offesa critica ruolo e utilizzo dei vaccini, rilevando come i suoi studi o le sue osservazioni gli abbiano permesso di constatare la loro funzione (dei vaccini) di “starter”, in determinati soggetti predisposti, per la causazione della sindrome dell'autismo».

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Commento incriminato relativo ai vaccini sull’autismo

Sotto il video, il primo commento è quello del medico igienista querelato. La procedura va avanti. In seguito c'è l'istruttoria dibattimentale con i pareri espressi da farmacologi, ricercatori, altri atti e la posizione del querelato sentito a sommarie informazioni. Per la difesa quelle espressioni utilizzate dall'assistito «costituiscono esercizio di un legittimo diritto di critica che non possono in alcun modo ritenersi integrare il reato di diffamazione» perché «non vi è una manipolazione dei fatti da parte dell'imputato che, nell'esercizio del diritto di critica utilizza una certa espressione, facendo riferimento a fatti oggettivi».

Gli avvocati scrivono che «la parola è stata utilizzata in una pagina Facebook aperta a tutti, visibile e suscettibile di ospitare interventi anche di segno contrapposto» e che «non preclude la possibilità anche per la persona che dovesse ritenersi offesa, di percepire la stessa e replicare». Per la difesa poi c'è un aspetto che riguarda la «continenza dell'espressione utilizzata». «Il termine non può essere considerato denigratorio o suscettibile di ledere onore e reputazione - scrivono gli avvocati della difesa -nel momento in cui lo stesso è adoperato nell'ambito di un dibattito molto acceso, dai toni duri, e originato dalla mancata conoscenza e o applicazione del metodo scientifico».

Non sufficiente la valenza negativa del termine

Quindi la richiesta di assoluzione (ai sensi dell'articolo 530 Codice procedura penale) «perché il fatto non costituisce reato». O in via subordinata di dichiarare l'assistito «non punibile sulla base della scriminante ai sensi dell'art 599 comma 2 del Codice penale per aver agito in uno stato d'ira dovuto a fatto ingiusto altrui e subito dopo di esso».Nella requisitoria il Pubblico ministero rimarca la valenza negativa della parola “cialtrone”, ma allo stesso tempo evidenzia lo scenario in cui avviene la contrapposizione “accesa” emersa dai documenti e dal dibattimento. Una situazione, che nasce dalla contrapposizione delle due posizioni che ha suscitato nel querelato «un moto reattivo e quindi il commento salace». Situazione, per il Pm, che può «ritenersi qualificabile ai sensi dell'articolo 599 comma 2 Codice penale ossia la scriminante dello stato d'ira». Quindi l'assoluzione.


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