Sezioni Unite

Confermate le maximulte a Hoffmann-La Roche e Novartis per Lucentis

Nel mirino dell’Antitrust l’intesa per spingere il farmaco più costoso enfatizzando i rischi di quello più economico. Un “cartello” sanzionato con 180 milioni di euro

di Patrizia Maciocchi

(Alamy)

3' di lettura

Confermata dalle Sezioni unite della Cassazione la maxi multa da 180 milioni di euro per Hoffmann-La Roche e Novartis, inflitta nel 2014 dall’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, per un accordo anti concorrenziale nel mercato dei farmaci per la cura della maculopatia. L’accusa era di aver enfatizzato le controindicazioni e i rischi dell’Avastin ( Roche), farmaco il cui costo si aggirava allora sugli 80 euro a dose, per spingere commercialmente il Lucentis (Novartis), basato su una molecola simile, che costava invece circa 900 euro a dose. Le due capogruppo delle aziende farmaceutiche avevano chiesto al Supremo collegio di revocare la sentenza, con la quale il Consiglio di Stato, nel 2019, - dopo aver chiesto lumi alla Corte di giustizia - aveva avallato la maxi sanzione dell’Authority. Ad avviso della difesa i giudici amministrativi sarebbero andati oltre la loro giurisdizione e avrebbero “disobbedito” alla indicazioni della Corte Ue, che chiedeva di fare accertamenti prima di affermare la responsabilità delle case farmaceutiche.

Le verifiche chieste dalla Corte Ue

In particolare le verifiche dovevano riguardare, tra l’altro, la sussistenza o meno delle false informazioni, che avrebbero condizionato medici e servizi sanitari, sui rischi del farmaco più a buon mercato e la piena sovrapponibilità tra i due medicinali. Controlli che, ad avviso delle Sezioni unite, sono stati fatti. Né, per gli ermellini, la decisione sulla legittimità della sanzione monstre, può essere messa in discussione dall’assoluzione, anche se non irrilevante, in sede penale, dal reato di aggiotaggio contestato ai vertici, all’epoca dei fatti, di Roche e di Novartis, vista l’autonomia processuale dei procedimenti amministrativo e penale.

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L’impiego dei due farmaci

La vicenda, sulla quale è ancora pendente un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo, è iniziata nel 2013 su segnalazione di alcune cliniche private e associazioni di medici oculisti. Tutte parti nel procedimento con le Regioni Lombardia ed Emilia Romagna. Nel mirino dei giudici era finita la cattiva ”pubblicità” fatta all’Avastin, un farmaco registrato all’inizio per la cura del cancro, la cui efficacia era stata riscontrata anche per alcune maculopatie. Ragione per cui veniva usato “off label” allo scopo. Ad avviso delle Sezioni unite il Consiglio di Stato ha affrontato la questione della fungibilità dei due farmaci arrivando ad affermare che, dai dati raccolti da Agcom emerge che, all’epoca dei fatti, per le patologie oftalmiche in questione «il farmaco di maggior impiego era proprio Avastin, mentre Lucentis ne era il principale concorrente».

Secondo l’Agcm il “cartello” avrebbe comportato una spesa maggiore nel solo 2012 di oltre 45 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale, con possibili maggiori costi futuri fino a oltre 600 milioni l’anno

Non c’è incostituzionalità

Non passa neppure la tesi della difesa delle società secondo la quale il Consiglio di Stato non avrebbe indagato, come chiedeva Lussemburgo, sul carattere ingannevole delle informazioni fornite dai due gruppi farmaceutici. Per il Supremo collegio (sentenza 26920) i giudici amministrativi avrebbero considerato sufficienti le prove di un accordo anticoncorrenziale, giustificato da collegamenti economici tra i due gruppi, diretto a costruire una artificiosa differenza tra i due farmaci. Generando così preoccupazioni pubbliche sull’uso intravitreale del meno costoso Avastin. Una conclusione sulla quale avrebbe pesato anche la mancata richiesta, considerata un’”apparente anomalia” alle autorità competenti di collocare “in label” Avastin per l’uso oftalmico. Le Sezioni unite respingono dunque le eccezioni di incostituzionalità e la richiesta di adire la Consulta, per l’inadempimento, da parte del Consiglio di Stato, dei “compiti” che gli erano stati affidati dalla Corte Ue. Il giudice amministrativo di ultima istanza ha, infatti, seguito, secondo la Cassazione, le risposte di Lussemburgo «adempiendo quanto gli era stato assegnato». Il Supremo consesso rigetta i ricorsi con condanna alle spese.

Per i due colossi farmaceutici resta però ancora aperta la strada del procedimento pendente davanti alla Corte Ue. Un’ultima chance per ottenere la revocazione della maxi sanzione

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