Storiacce

Dei delitti e delle pene. E del virus

Le misure prese in seguito alle rivolte scoppiate in piena emergenza sanitaria hanno riacceso il dibattito sulle carceri italiane. Provvedimenti che Alberto Nobili, magistrato simbolo della mediazione con i detenuti di San Vittore, difende nel nome di una Giustizia che non dimentichi la funzione di rieducazione

di Raffaella Calandra

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Il momento dell'incontro tra i detenuti in rivolta di San Vittore e due pm di Milano, sul tetto del carcere lo scorso 9 marzo

Le misure prese in seguito alle rivolte scoppiate in piena emergenza sanitaria hanno riacceso il dibattito sulle carceri italiane. Provvedimenti che Alberto Nobili, magistrato simbolo della mediazione con i detenuti di San Vittore, difende nel nome di una Giustizia che non dimentichi la funzione di rieducazione


5' di lettura

Salito sul tetto di San Vittore, era sicuro che, ancora una volta, la soluzione non potesse che essere “fermezza e fiducia”. Quando, entrato nel cestello dei vigili del fuoco, Alberto Nobili ha raggiunto i detenuti del carcere milanese in rivolta, il suo è diventato il volto della Giustizia che cerca la mediazione. «Una strada che dovrà essere battuta sempre di più, e l'emergenza ha dimostrato che si può fare», riflette il magistrato. Il Coronavirus ha stravolto anche l'amministrazione della giustizia: in un attimo, nuove abitudini hanno preso il posto di riti consolidati. E l'equilibrio trovato è destinato a lasciare tracce anche dopo la crisi sanitaria.

«Per il carcere quanto è stato fatto per evitare il contagio sarebbe stato possibile a prescindere dal virus», sospira Nobili. Nelle parole del magistrato – alle spalle quarant'anni di caccia a sequestratori, mafiosi e terroristi – non c'è la rivincita di chi vuole ricordare «io l'avevo detto…». Piuttosto, c'è la consapevolezza che la strada aperta ora – con l'uscita di determinati detenuti – vada nella direzione indicata: «Se li mandiamo a casa, vuol dire che non sono pericolosi. E che quindi possono scontare in modo diverso la pena. Io penso a un carcere di qualità, senza sconti per chi va tolto dal contesto sociale; con misure alternative, invece, per gli altri».

I dati dicono che il carcere tende a riprodurre se stesso, quando lo Stato «non offre col lavoro un'occasione di riscatto», argomenta Nobili, mentre il tasso di recidiva – di ritorno, cioè, al reato – crolla per chi è stato in penitenziari (come Bollate) dove iniziative professionali rendono intenso lo scambio tra il mondo “di fuori” e quello “di dentro”. «Se lo Stato esercita solo la funzione sanzionatoria e non rieducativa favorisce la creazione di sacche da cui attinge la criminalità». Una riflessione ancora più attuale ora che gli scenari di crisi economica allungano le ombre di usurai e mafiosi su famiglie in difficoltà.

«Così avvenne anche negli Anni 70-80, quando le diseguaglianze si ampliarono e la 'ndrangheta metteva a disposizione di chi era in crisi la liquidità accumulata con sequestri e droga», ricorda il magistrato, che ha portato avanti – come l'ex moglie Ilda Boccassini – le prime inchieste sulle cosche calabresi a Milano. Analogie con il passato, nuove evidenze investigative: «Mentre il mondo è concentrato sulla pandemia, i trafficanti di cocaina trasportano dalla Colombia grossi carichi per riempire magazzini in Marocco. Tanto prima o poi la piazzeranno». Tracce su cui indagare.

Tenere lontani gli ex detenuti dai clan o da nuovi reati è una delle sfide più complesse della Giustizia, chiamata nel dopo emergenza a occuparsi ancor di più di prevenzione, oltre che di repressione. «La gran parte dei detenuti, quando esce, compie furti per ripagare debiti accumulati. Non succede quando si offre lavoro, ma non è possibile per tutti, con celle così sovraffollate». Il punto cruciale del sistema penitenziario, da sempre, è questo: i numeri e le condizioni di vita. Anche dietro le rivolte, che hanno lasciato morti, devastazioni e danni milionari, c'era soprattutto la «volontà di denunciare le condizioni carcerarie: il Coronavirus non c'entrava molto», chiarisce Nobili. Anche se ufficialmente le proteste erano contro il divieto ai colloqui, per evitare contagi. Il virus, però, è entrato in queste strutture, dove è impossibile garantire distanze. Così, l'urgenza della situazione ha portato a far aprire i cancelli per quei detenuti che potessero scontare altrove il resto della pena.

«Significa che non erano pericolosi e che forse potevano fin dall'inizio scontare in altro modo la pena». Parole che possono sembrare una contraddizione, con il ruolo di pubblico ministero. Sono invece il punto di arrivo di un magistrato attento anche a quello che succede dopo l'arresto. «Per questo sono riuscito ad aprire un dialogo con i detenuti di San Vittore. Sono andato sul tetto, insieme al pm Gaetano Ruta, per ascoltare. Senza promesse, ma con la garanzia di sentire le loro ragioni». Come chiunque conosca l'ambiente, sa bene come il carcere possa rendere ancora peggiori, e per questo è divenuto per lui «un tarlo» sollecitare soluzioni diverse, innanzitutto per i tossicomani, come per molti migranti, «che rappresentano i due terzi della popolazione carceraria: andrebbero mandati in centri di cura, i primi; a svolgere servizi socialmente utili, i secondi, così da favorire il pacifico inserimento».

Quella Concordia, che discende dalla Giustizia, a sua volta mossa dalla Sapienza, come nella rappresentazione del Buon Governo, affrescata da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. «Il carcere in fondo funziona davvero quando la pena viene avvertita come giusta da chi la sconta». In assenza di sempre attese riforme penitenziarie, è stato allora un virus a cambiare qualcosa. Molto è cambiato anche nell'amministrazione quotidiana, quando gli androni del Palazzo di Giustizia milanese si sono ritrovati svuotati dalle seimila persone che in media li attraversano ogni giorno. Alla fine, anche i processi per direttissima si sono svolti con magistrati e avvocati in collegamento telematico; come per i testimoni di quei dibattimenti, che non è stato possibile rinviare.

Tutti i procuratori aggiunti milanesi, durante il lockdown, si sono ritrovati in call conference per condividere con il procuratore Francesco Greco questioni organizzative. Compresa la gestione dei tremila fascicoli aperti per violazioni al divieto di uscire di casa: «Con i primi decreti, chi veniva fermato senza valido motivo commetteva reato; poi il profilo penale è caduto, ma per tutti quei casi dei primi giorni noi dobbiamo chiedere al giudice di archiviare e mandare tutto al Prefetto per le sanzioni amministrative. Ora, con le nuove norme, ci arrivano gli accertamenti, ma i fascicoli vengono aperti senza indagati e mandati direttamente al Prefetto». Chiaro esempio degli ingranaggi giudiziari, non facili da modificare. Quando si è in emergenza, il principio generale è semplificare. Anche l'amministrazione giudiziaria ha provato a farlo, tanto che il procuratore generale della Cassazione ha invitato a «procrastinare l'esecuzione della pena». In pratica, mandare in carcere solo quando necessario. Ma certi cambiamenti richiedono interventi legislativi, oltre che buone prassi.

Le testimonianze di questi mesi hanno mostrato, però, anche un altro volto della Giustizia «che non usa subito e solo il carcere, che dovrebbe essere l'extrema ratio», avverte Nobili. Una Giustizia che prova invece a mediare. A ricucire gli strappi e, quando possibile, dialogare. Come nei percorsi di mediazione, più volte esplorati. Da mediatore in situazioni estreme, più volte Alberto Nobili ha fatto ricorso a “fiducia e fermezza” prima della rivolta di San Vittore: quando si offrì al posto dell'ultimo ostaggio per trattare con un uomo barricato in una banca; o quando riuscì a salvare un trentenne, che minacciava di suicidarsi dall'impalcatura del Palazzo di Giustizia. Lui, che ha catturato i sequestratori di Alessandra Sgarella o i primi 'ndranghetisti della Lombardia durante il boom edilizio degli Anni 80, ha sempre creduto in una Giustizia conscia del mondo in cui agisce. Che guarda alla società. Una Giustizia senza benda sugli occhi, come nella raffigurazione del Palazzo milanese del Piermarini.

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