analisi

Dei delitti (fiscali) e dei condoni

di Enrico De Mita


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2' di lettura

La pratica dei condoni tributari è diventata l’espressione più grossa delle contraddizioni nelle quali vive questo nostro Paese: da una parte i sacri principi, dall’altra la prassi che li contraddice.

C’è stata una riforma tributaria che ha ribadito i principi costituzionali di legalità, di uguaglianza e di capacità contributiva. La riforma era stata fatta per riportare il fenomeno tributario «nell’alveo della legalità» e superare le sperequazioni.

Il condono è un istituto con il quale lo Stato rinuncia alla sua pretesa fiscale posta da leggi tributarie già approvate. Pur essendo anch’esso approvato per legge, è la smentita di leggi precedenti che non trova nessun fondamento nella Costituzione. È una violazione grave degli articoli 3, 23 e 53 della Costituzione, tanto più grave perché non può essere portata davanti alla Corte da coloro che non se ne giovano e pertanto non sono legittimati a sollevare questione di legittimità costituzionale.

Con la riforma fu soppresso il concordato come istituto contrario alla legalità dell’imposizione e all’indisponibilità dell’obbligazione tributaria. Le cose non cambiano quando la rinuncia alla pretesa tributaria viene fatta in linea generalizzata con il condono.

Gli scopi che si perseguono sono l’eliminazione delle controversie e il conseguimento di un certo gettito, obiettivi che dovrebbero essere perseguiti mediante gli strumenti ordinari della politica tributaria.

Con il condono una parte dei cittadini rimane assoggettata al regime ordinario delle imposte e una parte a una sorta di regime agevolato che premia chi ha avuto capacità di resistere al Fisco, violando la legge, e aprendo un contenzioso a volte pretestuoso. Viene punito non solo chi ha ritenuto di fare il proprio dovere, ma anche e soprattutto chi, come i lavoratori dipendenti, non aveva neppure la scelta tra il rispetto delle regole e la mancanza di collaborazione con il Fisco.

Per tutte queste ragioni non c’è nessuno che difende il condono in linea di principio. Ma nella pratica tutti lo aspettano. Lo aspetta il governo, alle prese con i problemi della finanza pubblica e incapace della lotta all’evasione. Lo aspettano i parlamentari, alle prese con i problemi della rielezione, anche quelli che pontificano sui diritti costituzionali. Lo aspettano i contribuenti o, per lo meno, la maggior parte di essi. Lo aspettano i professionisti che si ripromettono un aumento del proprio lavoro: il condono è la soluzione ideale per molti infortuni professionali e apre la prospettiva di un grosso contenzioso, come l’esperienza insegna.

Il condono gode di fortuna anche presso la nostra giurisprudenza costituzionale che ne difende lo scopo – maggior gettito rispetto all’evasione – e anche la discriminazione quando questa è funzionale alle pubbliche entrate e alla politica economica. Le sanatorie sono state giustificate per il passaggio da un regime tributario a un altro: riforma tributaria, manette agli evasori, indici di reddittività. E anche il condono di cui si parla ora dovrebbe essere giustificato per il passaggio a un nuovo contenzioso tributario.

Ma si parla di un secondo condono esteso a tutti i contribuenti. Una “megasanatoria” foriera, forse, di un qualche gettito che non solo viola i principi fondamentali del diritto tributario costituzionale, ma convincerà una volta per tutte i contribuenti onesti che non vale la pena osservare gli obblighi tributari. Tanto, un condono prima o poi arriva.

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