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«Del doman non v’è certezza», il nuovo #staisereno di Renzi a Conte

La politica degli annunci del leader di Italia Viva sprona il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ma lo indebolisce

di Alberto Orioli

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(ANSA)

2' di lettura

Matteo Renzi sale sulle spalle di Lorenzo il Magnifico per dire a Giuseppe Conte, a mezzo intervista (a Repubblica), che del doman non v’è certezza. Ma si dice al contempo impegnato a dare una mano al premier. Oggi. E così il leader di Italia Viva, mentre sottolinea come servano azioni politiche durature e in grado di porre l’Italia in un assetto congruo per confrontarsi con le grandi variabili planetarie (l’imminente recessione, i dazi Usa-Cina, l’acciaio in sovrapproduzione globale, le sorti dell’Europa), contribuisce in realtà ad aumentarne la fragilità.

È il nuovo modo di fare politica da corsaro: incursioni a mezzo stampa per aggiudicarsi la paternità delle correzioni di rotta eventuali. Visibilità è il mantra: legittimo peraltro per un partito che deve uscire ancora dalla culla.

Renzi di questo Governo si considera l’artefice e tiene serrate le briglie, ogni tanto fa sentire forte il morso. E velatamente minaccia una staffetta a Palazzo Chigi. Non le elezioni. Che sono invece la contromossa degli altri alleati di Governo - ma sarebbe meglio definirli avversari - confidenti del fatto che Italia Viva nelle urne non troverebbe una fisionomia decente. Renzi continua a tagliare la strada mediatica della vita virtuale, la vita vera prosegue nei suoi difficili inciampi quotidiani.

«Del doman non v’è certezza» è però un salto di qualità. Renzi ha capito che l’ipocrisia dell’«Enrico stai sereno» non è stata apprezzata come virtù machiavellica, come probabilmente voleva essere, ma solo come esito twittarolo di una lingua biforcuta.

E ha cambiato registro, perché nonostante tutto il cinismo fatica a prendere la cittadinanza di qualità in un elettorato tendente al bonaccione: meglio un onesto e trasparente count down ininterrotto verso il premier.

Anche se, sempre stando all’ossessione della visibilità e dell’immagine, questa modalità rimanda inevitabilmente a un presidente del Consiglio al tappeto. E ciò rende ancor più stridente gli appelli alla nazione e la chiamata all’unità nazionale verso il nemico straniero e turbocapitalista.

Non c’è da stupirsi poi se lo spread della Grecia diventa migliore del nostro. Se i grandi player dell’economia, da ArcelorMittal a Lufthansa, ci trattano con la sufficienza di chi non si fida, se un autorevole ministro dell’Economia come è Roberto Gualtieri deve spendere tutta la sua credibilità in Europa per farsi dare un assenso “in bianco”, sulla fiducia a una manovra che cambia connotati ad horas (e spesso, per fortuna).

Non resta che sperare che Conte abbia la forza per tirare innanzi. Magari può aiutarlo il Lorenzo il Magnifico della Canzone delle cicale: «Dica pur chi mal dir vuole, noi faremo e voi direte». Ma tra il dire e il fare, per adesso, c’è di mezzo l’ex Ilva e i suoi 5mila esuberi.

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