PARLA IL DIRETTORE

Del mio MoMA non si potrà dire: «L’ho già visto!»

Sarà uno spazio espositivo flessibile, in perenne cambiamento: intervista a Glenn Lowry, il direttore del museo di New York che riapre il 21 ottobre

di Federico Bona


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Vista del secondo piano del museo dove si trovano il book store, il bar e la sala lounge (Iwan Baan)

2' di lettura

Mentre nel mondo si discute sulla nuova definizione di “museo”, rimandando una decisione su come cambiare quella adottata nel 2007, il 21 ottobre riapre il MoMA, che in qualche modo ambisce a esserne un esempio concreto. Glenn Lowry, 65 anni, direttore dell'istituzione newyorchese dal 1995, ha le idee molto chiare. Nessuna tentazione verso l'internazionalizzazione perseguita da altri grandi musei («Non credo che la cultura sia un brand, e l'idea che ci siano diversi MoMA, tutti abbastanza simili l'uno all'altro, non mi attira», dice a IL), semmai un deciso radicamento a New York, città dove «ci sono questioni di gentrificazione, urbanizzazione, attenzione crescente verso Queens e Brooklyn.

Glenn Lowry, direttore del MoMA dal 1995, appena riconfermato fino al 2025 (Peter Ross)

Per questo volevamo un progetto che ci ponesse come un'àncora nei confronti di Midtown, una parte della città cui teniamo molto».

E, soprattutto, uno spazio espositivo flessibile, in perenne cambiamento, aperto a tutti i media: «Il MoMA è nato con l'idea che cinema, fotografia, pittura, scultura e architettura fossero tutte forme d'espressione del moderno. Una parte importante di questo nuovo progetto è stata trovare un equilibrio che esprimesse in maniera evidente questa continuità». Un tema ben esemplificato dall'approccio alle performance, che «continueranno ad avere luogo in diverse zone del museo, ma per le quali abbiamo creato uno spazio apposito, che chiamiamo lo Studio, perché è anche un luogo di esercizio e ricerca, e che abbiamo collocato nel cuore del museo, perché vogliamo mostrare che la performance è essenziale per capire l'arte contemporanea».

Una vista della scala Bauhaus restaurata. Sulla parete, il quadro “Bauhaus Stairway” (1932) di Oskar Schlemmer (Iwan Baan)

Quali sono state le idee guida del nuovo progetto?

«Dal punto di vista architettonico sono tre: fornire uno spazio più ampio e più adatto alla nostra collezione; offrire ai visitatori un'esperienza migliore, ripensando l'ingresso e i flussi di movimento all'interno del museo; connetterci visivamente a Midtown, alla sua energia, creando molte situazioni in cui dall'interno del museo si percepisca la strada e viceversa. Sul piano curatoriale, volevamo allontanarci dal modo canonico di interpretare l'arte moderna, dove tutto appare predeterminato e ogni cosa sembra procedere da un'altra, come in una specie di Libro della Genesi. E volevamo riflettere il respiro delle pratiche artistiche di tutto il mondo, perché se qualcuno tra gli anni Sessanta e Settanta ha erroneamente pensato che l'asse principale dell'arte moderna e contemporanea fosse tra l'Europa e il Nordamerica, oggi quest'idea è del tutto inaccettabile. Ci sono stati grandi artisti che lavoravano in America Latina, in Asia, in Medio Oriente, e intendiamo mostrare come queste differenti geografie si siano intersecate l'una con l'altra».

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