biografie del calcio

Del Piero: storia, trionfi e confidenze del «Pinturicchio» juventino

di Giulio Peroni

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(Reuters)


6' di lettura

Pinturicchio era un pittore raffinato, ma anche un uomo straordinariamente esile, particolare. Come quel suo nomignolo, quello strano soprannome che gli avevano dato gli altri che lo vedevano così gracile, che impazzivano nel vedere le pitture, i suoi meravigliosi affreschi. Era così unico e bravo Pinturicchio, che Papa Innocenzo VIII nel 1484 lo volle con sé in Vaticano. Doveva dipingere gli scorci, le bellezze d’Italia, il sublime. Doveva poetizzare tutto, fosse anche l’ordinario.

Così come all’altro Pinturicchio, quello della Juventus, ancora adolescente gli era stato ordinato di disegnare estetica, pallonara improvvisazione. Roba poco standard e molto funzionale alle vittorie, in un rettangolo di erba e sudore. Perché all'avvocato Gianni Agnelli, che fortemente lo volle con Giampiero Boniperti alla Juve nel 1993, questo ragazzotto educato, profilo da understatement tipicamente torinese, è sembrato subito la versione sportiva del pittore umbro, il più grande tra i piccini. Alessandro Dal Piero, da Conegliano in Veneto, cioè la storia artistica della Juve. Del calcio italiano. Che da un po' non sforna artisti della pedata, gente fatta in quel modo.

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La definizione dell'Avvocato, onore suo, gli è rimasta appiccicata per sempre. Dal suo esordio bianconero il 12 settembre 1993, quando subentrò a Fabrizio Ravanelli al 74' di un Foggia-Juventus terminato poi 1-1, sino all'ultima gara con la maglia della Signora, quel 13 maggio 2012 a Torino contro l'Atalanta, atto ultimo di uno scudetto. E di un sodalizio maglia- poesia che non sarebbe più rinato, come certi tempi andati.

Alex («nato juventino da una famiglia di juventini») ce li racconta nel suo “Detto tra noi” (edizioni Mondadori), libro-opera su se stesso, sui suoi pensieri di uomo, imbeccati, stanati dai messaggi curiosi e di affetto dei fan. L'ex capitano bianconero riscrive i suoi trofei con la saggezza del tempo, quando tutto è passato e la gloria si aggroviglia nella tiepida (ma inevitabile) malinconia. Nel testo l'autore parte da quel giorno di maggio, le mille bandiere al vento per il campionato vinto, la vita che passa davanti. «Mi sono ritrovato lì, in campo, a combattere contro me stesso allontanando il pensiero che fosse finita. Che non avrei più giocato in quello stadio, con quella maglia. Nessuno, me per primo, si era ancora reso conto che quel momento potesse arrivare davvero. I titoli di coda del film del quale ero il protagonista stavano per scorrere e io non avevo idea di come sarebbe stata l’ultima scena. Ho trovato, ripensandoci, delle similitudini forti tra quanto è accaduto quel giorno e il mio modo di giocare nei tanti anni trascorsi correndo dietro a un pallone. Le cose migliori sono sempre arrivate quando la genuinità, l’istinto e la mia libertà hanno preso il sopravvento sulla dimensione razionale, pur sempre presente (a volte anche troppo). Il senso del gioco che avevo dentro mi guidava oltre ciò che prima potevo soltanto immaginare, ma che poi magicamente si concretizzava su quel prato verde».

Del Piero, quel giorno di primavera, ha salutato, e per sempre, la “sua” Juventus. Un addio sofferto, traumatico, che ha dischiuso una parentesi australiana («ricordo bellissimo, accompagnato da grandi sentimenti e dalla necessità del distacco»), prima di ritirarsi dal calcio giocato. Un abbandono al “sistema” che lo ha portato ad essere, della squadra di Torino, capitano (coraggioso) dal 2001 al 2012, ma soprattutto fuoriclasse vero, irripetibile. Alex aveva un passo più spiazzante che veloce, il tiro più roteante che potente. Il suo era football sincopato, elegante.

Una certezza di spettacolo, unita a numeri “pesanti”, certificati dai 290 goal segnati con la maglia bianconera in 705 presenze (primato juventino). E anche dalle 27 reti e 91 presenze con la maglia della Nazionale, con cui è diventato campione del mondo nel 2006 in Germania. Il Nostro è secondo dietro a Silvio Piola (390) nella classifica dei migliori marcatori italiani di tutti i tempi, 346 goal totali segnati in carriera. Una macchina da reti. In una personalità da solista, che amava fare gruppo, mischiarsi nell'orchestra.

Un calciatore che si era inventato i goal “alla Del Piero”. «Ripenso al gol in Coppa Italia contro la Roma, il primo segnato allo Juventus Stadium (24 gennaio 2012) con una traiettoria a me familiare, che tuttora viene chiamata “alla Del Piero”. Il primo gol nella nuova casa, dunque, realizzato alla mia maniera, proprio nella stessa porta e sullo stesso prato – quando lo stadio si chiamava Delle Alpi – dove per la prima volta avevo stampato quel marchio di fabbrica».

Quando era bambino e tirava i primi calci nella squadra di Saccon (provincia di Treviso, è nato a Conegliano, ma lì è cresciuto), la mamma di Alex preferiva che giocasse in porta. Voleva che non sudasse troppo, che non si ammalasse. Lui, invece, capì subito che il suo destino era lo strazio dei portieri avversari, la porta degli altri come il vertice più alto del suo (controllatissimo) ego. Del Piero divenne una seconda punta, un maestro nelle punizioni. Un elemento che ubriacava nei dribbling, senza essere troppo “veneziano”. Altruista, amava gli “uno-due”, tanto quanto la stoccata finale. Come gli altri numeri “dieci” del suo tempo, avversari in campionato, rivali in Nazionale. «La convivenza con Baggio prima e Totti dopo, la definirei platonica. C'erano grande stima, rispetto, sintonia fuori dal campo, ma mi resta – e sono certo di parlare anche per loro, e spesso Francesco lo ha anche detto – il rammarico di non aver potuto fare qualcosa di più in tandem con questi due straordinari giocatori. Per anni ho indossato io la numero 10. Poi un po' per caso ho deciso di farmi da parte, perché mi piaceva indossare la maglia con la quale avevo iniziato a giocare a calcio fin dalla categoria Giovanissimi, a Padova. Ovvero la numero 7. Da quel momento in poi solitamente Francesco prendeva la 10. E direi che nell'occasione più importante, in Germania, la distribuzione dei numeri si è rivelata efficace».

Nel testo si racconta dei mondiali 2006, di quel torneo vinto assieme a Marcello Lippi, compagno di tanti trionfi. Alex annientò i tedeschi con la stupenda magia del 2-0 nei supplementari di una semifinale entrata nella storia. «A livello di valori tecnici assoluti, non penso che l'Italia vittoriosa nel 2006 fosse la più forte di quel decennio, ma certamente trovò le migliori motivazioni, seppe costituire un gruppo straordinario. Con Lippi ho conquistato tutte le più grandi vittorie della mia carriera: con lui sono cresciuto, mi sono affermato, sono cambiato. Quella del 2006 però è un'esperienza a sé, dove ciascuno di noi ha vissuto tutte le possibili gradazioni dei sentimenti umani. In questo microcosmo – una vita in poco più di un mese –, Lippi è stato una guida straordinaria. Quasi lo odiavo, quando non mi faceva giocare. L'ho guardato minuto dopo minuto in quell'epica partita contro la Germania, con una voglia di entrare e spaccare tutto che non credo di avere mai provato in tutta la mia carriera. Ma quella sera quando c'è stato bisogno di me, ha incrociato il mio sguardo e io c'ero. Ho sempre pensato che ci sia stato qualcosa di più grande di me, quasi trascendentale, in quella rete. È molto più di un gol, è un viaggio, una vita, dall'inferno al paradiso. Se si riguardano le immagini dalla telecamera più alta si nota che all'inizio dell'azione io ero l'ultimo uomo. Ero leggermente spostato a sinistra, addirittura più indietro della nostra linea difensiva. Ero finito là per difendere il nostro vantaggio. Poi, una volta che ho avuto la certezza che la palla era nostra, mi sono lanciato. Sono partito veloce, come se fossi stato attirato da qualcosa. Il gol io l'ho segnato prima nella mia testa che sul campo, perché quella corsa aveva un finale già scritto. Penso di avere cominciato a chiamare la palla a Gilardino quando mi trovavo ancora nella nostra area di rigore, anzi, forse quando sono partito». Anche quella volta al Westfalenstadion di Dortmund, la notte che precedette il sogno di Berlino, Alex segnò una rete “alla Del Piero”, una delle tante della sua vita calcistica ancora impressa nella memoria di chi ama il Genio. La percezione illusionistica nei paesaggi di Pinturicchio.

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