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Mediobanca, Del Vecchio al 7,5% e supera Bolloré (che scende)

In via Filodrammatici l’assemblea approva il bilancio chiuso il 30 giugno 2019. Scende nell’azionariato Vincent Bollorè

di Antonella Olivieri

Mediobanca: perché il patto è importante per Generali

In via Filodrammatici l’assemblea approva il bilancio chiuso il 30 giugno 2019. Scende nell’azionariato Vincent Bollorè


3' di lettura

Delfin esordisce all’assemblea di Mediobanca con il suo ad Romolo Bardin, che però non ha fatto dichiarazioni. La finanziaria di Leonardo Del Vecchio per l’occasione ha depositato il 7,52% - rispetto al 6,94% denunciato a settembre - che ne fa il secondo maggior azionista di Piazzetta Cuccia, dietro a Unicredit (fermo all’8,8%), visto che – come è emerso – Vincent Bolloré, uscito dal patto un anno fa con il 7,9%, ha ridimensionato la sua quota al 6,73 per cento. Secondo indiscrezioni, non agevolmente verificabili, il finanziere bretone avrebbe limato la quota già da qualche tempo e non avrebbe venduto direttamente a Del Vecchio, bensì sul mercato.

In assemblea, convocata per la presentazione del bilancio chiuso a giugno, è presente il 65,2% del capitale. Poiché il patto di sindacato ha il 20,94%, Delfin il 7,52% e Bollorè il 6,73% (35,2% in tutto i grandi soci), il mercato è arrivato all’appuntamento col 30%, perdendo il primato conquistato negli ultimi anni. Tra i principali azionisti ci sono anche il colosso Usa del risparmio gestito BlackRock col 4,98% e Mediolanum, aderente al patto, con il 3,28% (la famiglia Doris ha un altro 0,4% in proprio).

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Non è chiaro ancora a cosa miri il patron di Luxottica che ha criticato quella che a suo giudizio è l’eccessiva dipendenza dei risultati di Mediobanca da Generalie Compass, sollecitando invece acquisizioni nel core business dell’investment banking per crescere.

La settimana scorsa, però, l’ad Alberto Nagel ha difeso il modello di business dell’istituto che mira a compensare con la diversificazione le fasi negative dell’investment banking, di per sé un business ciclico. Alla conference call con gli analisti per la presentazione dei risultati trimestrali, Nagel ha anticipato che si confronterà con Del Vecchio, ma che l’impianto del nuovo piano – che sarà presentato il 12 novembre – non cambierà e resterà in linea di continuità con il passato.

Su Generali Nagel ha ripetuto che la cessione di una quota di minoranza potrà avvenire solo a due condizioni: «che Mediobanca abbia bisogno di capitale e/o che abbia l’opportunità di reinvestire in un’attività almeno altrettanto remunerativa». Ma Generali ha un ritorno sul capitale allocato del 15%, le regole europee sono cambiate e Mediobanca non ha al momento carenze di capitale. Quindi, è tornato a ripetere l’ad, non c'è obbligo di vendere.

Per eventuali acquisizioni l’interesse prioritario resta comunque nel settore della gestione di patrimoni, nel quale l’istituto è entrato solo cinque anni fa. Ma, hanno ribadito in coro Nagel e il presidente Renato Pagliaro, «non c’è nessun programma di cessione di azioni Generali». «Secondo noi Generali è gestita bene, mi auguro che resti indipendente e con base in Italia».

Sulla politica di remunerazione degli azionisti (7% l’ultimo anno tra dividendi e buy-back, senza considerare le performance borsistiche), l’ad ha ricordato che l’obiettivo è quello di distribuire un dividendo sostenibile e possibilmente in crescita, con operazioni di buy-back anche per pagare i dipendenti con azioni e non diluire i soci, cosa che di riflesso sostiene anche le quotazioni del titolo.

Il bilancio dell'esercizio 2018/2019 è stato approvato con il sì del 99,9% del capitale presente. Percentuali analoghe sulle politiche di remunerazione. Unico “dissenso” – forse riconducibile a Delfin – l’astensione del 12,3% del capitale presente per la proposta di azione di responsabilità, che non era all'ordine del giorno, contro il comportamento tenuto da Mediobanca sul caso Ieo, che ha visto su fronti opposti Del Vecchio e UniCredit, da una parte, e Nagel, con gli altri azionisti, dall’altra.

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