l’analisi

Delitto dei Murazzi, l’odio della libertà scatenato dalla felicità di un sorriso

di Antonio Vitolo*

Delitto dei Murazzi: ecco le immagini della fuga dell’assassino

3' di lettura

A Torino, sul Lungopo, il 23 febbraio un giovane marocchino, Said Machaouat (27 anni), naturalizzato italiano per adozione, ha ucciso con una coltellata alla gola un giovane italiano, Stefano Leo (34 anni). Il processo istruttorio, giorni fa, ha fatto scalpore per la sconvolgente dichiarazione dell'omicida al giudice: «Volevo uccidere un italiano e ho scelto uno che aveva il sorriso sulle labbra e così manifestava la sua felicità».

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Il giudice ha dichiarato di aver provato un terribile brivido di spiazzamento. Riflettendo, l’omicidio di Torino appare diverso da ogni altro attentato europeo degli ultimi anni. Diverso anche dal recente tentativo di massacro degli scolari da parte dell’italo-senegalese Ousseynou Sy, autista del pullman (diretto da Crema verso Milano) incendiato per protestare contro le morti di migranti nel Mediterraneo. Simile, se mai, a due attentati di matrice islamica a Parigi, alla redazione di Charlie Hébdo e al Bataclan, nel gennaio e novembre 2015. Nel primo furono trucidati i giornalisti del periodico satirico, nel secondo furono massacrate 129 persone - tra cui l’italiana Valeria Solesin- che la sera del 13 novembre 2015 volevano ballare in pista musica dal vivo, divertirsi.

A Torino una svolta, anzitutto per il rapporto numerico. È questo il primo segnale che turba: uno contro uno. Un orrendo rito sacrificale, arcaico e nuovo. Sui campi sportivi l’intemperanza di Koulibaly ( Napoli ) o l’esultanza di Kean ( Juventus ) dopo un gol, son precedute e seguìte da un coro di buu dei tifosi avversari. In strada a Torino si è verificato un passaggio di fase. La goccia che ha scatenato la furia del tagliagola è stata la visibilità di un sorriso. Diverso dal ridere, dal deridere, dall’irridere, il sorridere è un'espressione istintiva, che appartiene ad ogni età.

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Dalle ricerche sperimentali si sa che un sorriso può emergere in un neonato nelle prime 72 ore di vita, come risposta spontanea al sorriso della madre, che dà un benvenuto radioso alla vita dopo il parto. Allora il viso e la bocca della madre rappresentano per la creatura il mondo. Un neonato imita l’espressione della madre sorridente e iscrive sugli angoli delle sue labbra, oltre che nello sguardo che risponde allo sguardo materno, un patto emotivo.

Diventa cittadino del mondo. Il sorriso scambiato è una silenziosa promessa reciproca, non un’illusione. A Torino quel patto primario, quella radice dell’umanità, sono stati cancellati con un taglio sanguinoso. La testa, il viso sorridente, via! È la violenta interruzione di un legame vitale, di un sottile, ma tenace filo di rapporto, la posta in gioco.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1972, fu un atroce attentato a insanguinare le Olimpiadi di Monaco, di cui non si decretò la sospensione. Lo spirito dei Giochi fu salvaguardato. Prima che gli aerei sventrassero le Torri gemelle, la guerra etnica nell’ex Jugoslavia fu preceduta dalla sospensione del campionato di calcio. Fin qui ricordiamo momenti di storia collettiva.

A Torino la corsa di Stefano Leo aveva il ritmo del tempo libero. L’assassino odiava quella libertà. Non solo. Nell’interrogatorio ha dichiarato anche che la vittima Stefano Leo avrebbe avuto la libertà di generare figli. Una libertà che, come la felicità racchiusa in un sorriso, è stata tagliata col sangue. Quella crudeltà è malata? Molto probabile.

Nel caso dell’italo-senegalese e dei bimbi eroici in Lombardia a questo riguardo si è registrata una novità. All’inizio dell’istruzione del processo l’avvocato difensore dell' imputato non ha invocato per lui l’attenuante dell’ipotesi di malattia mentale. All’opposto il giudice istruttore ha subito chiesto una perizia psichiatrica. A Torino l’agghiacciante tragedia sembra non implicare la categoria della follia. Si vedrà. Quando la storia si riduce al massacro faccia a faccia tra sconosciuti, è l’intera società ad essere più o meno malata. E il rischio è la guerra.

*analista junghiano

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