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Dentro la sindrome di Stoccolma

di Gianluigi Rossini

Crime comedy. Bill Skarsgård è Clark Olofsson

2' di lettura

Clark Olofsson è un criminale svedese famoso soprattutto per aver partecipato alla rapina in banca che diede il nome alla sindrome di Stoccolma, ma la sua vita è stata un incredibile susseguirsi di colpi spettacolari, matrimoni in carcere, evasioni, imprese insensate come tre mesi di vagabondaggio in barca a vela tra il Mediterraneo, le Azzorre e l’Irlanda. Nel ritratto che ne fa Jonas Åkerlund in Clark (su Netflix), in effetti, la rapina di Norrmalmstorg è solo un pezzetto della storia, che inizia con la nascita nel 1947 e arriva fino ai tardi anni Ottanta.

È una produzione tutta svedese che si avvale della grande interpretazione di Bill Skarsgård (il Pennywise di It, che gli appassionati seriali ricorderanno almeno per Hemlock Grove), un crime comedy con un ritmo rapidissimo, un gran numero di trovate visive surreali o grottesche, sequenze di animazione, montaggio a scatti. Uno stile che ricorda i film di Guy Ritchie (Lock & Stock, Snatch) o i video musicali di Åkerlund stesso, che ne ha girati molti per grandi star interazionali. D’altra parte, come recita una didascalia all’inizio di ogni episodio, è una storia “basata su verità e bugie”: da un lato i fatti narrati sono tutti realmente accaduti, per quanto incredibili siano; dall’altro lo stile euforico coincide con il fatto che il narratore è Olofsson stesso, un uomo ossessionato dalla propria celebrità, sempre portato ad autoglorificarsi.

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Il rischio di presentare un criminale in una luce troppo lusinghiera c’è, ma Åkerlund se ne smarca con efficacia inserendo regolarmente dei particolari disforici: Olofsson è un gran seduttore, ma anche un eiaculatore precoce; un episodio termina con lui protagonista di una sequenza musical sulle note di Jailhouse rock, che però canta con la sua vera voce, stonato e fuori tempo. In questo modo la serie riesce a mettere in piedi un’interessante variazione sul tema dell’ascesa e caduta del criminale: qui c’è anche ascesa e caduta della mitizzazione, della capacità di auto-raccontarsi. Quando finalmente, nell’ultimo episodio, una donna che è anche la sua biografa gli rivolge uno sguardo completamente insensibile al suo carisma, abbiamo l’impressione che il punto non sia la perdita del tocco magico da parte di Clark, ma lo squarciarsi di un velo che gli impediva di vedere una realtà già evidente a tutti.

Clark Jonas Åkerlund - Netflix

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