liquidità in eccesso

I depositi Bce costano alle banche 21 milioni al giorno

di Luca Davi

Banche europee sottovalutate sul mercato


3' di lettura

Si potrebbe definire il “parcheggio” più costoso della storia: 21,4 miliardi di euro. Qualcosa come 21 milioni di euro al giorno. A tanto ammonta il costo che le banche europee hanno pagato alla Banca Centrale Europea negli ultimi cinque anni - e continuano a pagare - per depositare la liquidità in eccesso presso gli sportelli di Francoforte. A cinque anni esatti dall’avvio della politica dei tassi negativi sui depositi - l’anniversario sarà il prossimo 11 giugno -, il sistema bancario dell’Eurozona fa i conti con i (tantissimi) effetti positivi delle manovre espansive della Bce. Ma anche con quello che è un effetto collaterale di non poco conto, che finisce inevitabilmente per pesare sui conti: perchè la “tassa” sui depositi vale circa il 4% degli utili medi delle banche europee del solo 2018, mentre un po’ meglio è andata in Italia, dove la percentuale si è attestata sul 2,4 per cento.

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Da dove viene l’eccesso di liquidità
Se le spese sostenute dalle banche sono così alte, come emerge dai dati Bce elaborati da Deposit Solutions, è perchè la liquidità in eccesso è elevata: oggi ammonta a oltre 1.900 miliardi di euro lo stock di liquidità nel sistema bancario che è superiore al fabbisogno degli enti, rappresentato dalle riserve obbligatorie minime. Il motivo per cui oggi vi sia tanta abbondanza di denaro è noto. A partire dal 2015, come risposta alla crisi finanziaria, la Bce ha iniziato a erogare prestiti alle banche senza limiti. In particolare, con il cosiddetto “Programma di acquisto di attività” (Paa), Francoforte ha avviato l’acquisto di una serie di strumenti finanziari (a partire dai titoli di Stato) a un ritmo che ha anche raggiunto gli 80 miliardi di euro al mese. L’effetto è che oggi nella cornice del sistema bancario vi è più denaro di quanto non sia strettamente necessario. Denaro che però si è trasformato in zavorra, visto che, per spingere le banche a erogare, la Bce aveva appunto introdotto un tasso negativo sui depositi, via via più elevato, dal -0,1% di giugno 2014 fino all’attuale -0,4%. Così, anno dopo anno, gli istituti hanno trasferito quote sempre più alte alla Bce: dai 107 milioni del 2014 si è passati ai 6,5 miliardi del 2017 fino ai 7,5 miliardi circa del 2018. Anno in cui, come detto, l’impatto medio sugli utili è stato pari al 4,3%, considerata una base-profitti complessiva pari a circa 175 miliardi su scala europea.

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Chi ha pagato il prezzo più alto
Ma chi ha pagato maggiormente dazio in Europa? A sostenere l’onere sono state in particolare le banche con sede in Germania e Francia che, nel periodo 2016-2018, hanno pagato rispettivamente 5,7 e 4,1 miliardi di euro, con un impatto sugli utili compreso tra il -9,1% della Germania e il -4% della Francia. A spiegare perchè l’eccesso di liquidità si sia concentrato in questi paesi, concorrono una serie di fattori. In un suo report, la Bce notava che «una quota significativa» degli acquisti programmati di asset della Bce interessa controparti che hanno sede in Germania e in altri paesi core: non per forza banche locali, ma anche banche extra Ue (si pensi ai colossi americani), che però hanno in quei paesi la sede europea rilevante ai fini Target2. Un’altra motivazione è che la liquidità si è spostata negli Stati le cui banche hanno modelli di business - si pensi alle banche di investimento o alle clearing house - che tendono ad avere un maggiore fabbisogno di liquidità rispetto a banche commerciali. Forse anche per questo il costo del deposito negativo per le banche italiane c’è stato ma si è rivelato più contenuto.

Tra il 2016 e il 2018, i contributi delle banche italiane hanno rappresentato il 5,2% dei trasferimenti alla Bce, per un controvalore di circa 900 milioni di euro di interessi negativi. L’impatto sui profitti delle banche domestiche (-2,4%) è stato insomma più contenuto delle controparti spagnole. Di sicuro, per contrastare gli effetti dei tassi di interesse negativi le banche hanno poche alternative. Possono «aumentare la fee o cercare di liberarsi dei depositi» spiega Tim Sievers, ceo e fondatore di Deposit Solutions. Oppure possono fare da piattaforma e «offrire ai propri clienti una scelta di prodotti di deposito di banche terze tramite la relazione già esistente con il cliente». Una scelta che non poche banche, in Europa, hanno già attuato.

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