lettera da buenos aires

«Desaparecidos», sparite anche le idee

di Gabriele Pedullà

6' di lettura

Entrando, al primo colpo d’occhio, i vetri del Padellón Central appaiono appena, ma solo appena, offuscati per un pomeriggio straordinariamente assolato come questo. In una città caotica quale Buenos Aires si rivela subito al turista, è persino scontato pensare a un leggero ma persistente strato di polvere accumulatosi negli anni. Invece basta guardare più attentamente e anche dall’ingresso si capisce subito che sulla grande vetrata sono state riprodotte centinaia di fotografie in bianco e nero – lo sguardo fisso verso la camera, come in tante fototessere o sulle effigi mortuarie dei cimiteri, se non fosse che qui la maggior parte degli individui ritratti sono giovani e persino giovanissimi, nonostante i folti baffi a manubrio dei maschi, come negli anni Settanta andavano di moda tra i militanti politici di sinistra. Alcuni sono straordinariamente belli, come le loro compagne. Non pochi indossano la giacca e la cravatta. Soprattutto, sorridono in grande maggioranza: non sapendo che di lì a poco sarebbero scomparsi nella voragine della feroce dittatura militare che governò l’Argentina tra il 1976 e il 1983, quando il generale Videla e la sua giunta si suicidarono politicamente nella disastrosa guerra delle Falkland.

È con queste fotografie che inizia la visita al museo della memoria ospitato nella sede dell’Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) di Buenos Aires, dove in pochi anni passarono circa 3.000 dei 30mila desaparecidos del Paese. L’Espacio Memoria y Derechos Humanos (questo il suo nome ufficiale) è stato costituito nel 2011, sotto la presidenza di Cristina Kirchner, ed è una grande vittoria della rinata Argentina democratica. Dopo la fine della dittatura, sotto la minaccia dell’esercito il parlamento approvò una serie di colpi di spugna che garantirono a quasi tutti i colpevoli la completa immunità e che ebbero il loro culmine nell’amnistia voluta dal presidente Carlos Menem nel 1990, e revocata solo al principio del nuovo secolo, negli anni della presidenza Kirchner (con il risultato che centinaia dei principali responsabili sono oggi condannati a pesanti pene detentive). Tra i progetti di Menem c’era anche la demolizione del principale luogo di detenzione illegale e tortura del Paese, appunto l’ESMA, per fare largo a un fantomatico Parco della Riconciliazione, in perfetta linea con la tesi dei golpisti, secondo i quali negli anni Settanta in Argentina si sarebbe combattuta, alla pari, una guerra civile tra una forza sovversiva e l’esercito. Solo l’intervento della magistratura impedì la realizzazione del suo disegno.

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Che raccontare davvero la recente storia argentina sia operazione tutt’altro che semplice, lo si capisce studiando con cura i volti dei giovani desaparecidos. Nello stesso Padellón Central troneggiano un paio di totem con le fototessere dei torturatori, trafugate e salvate miracolosamente da uno dei prigionieri, Victor Basterra. Che volti diversi!, pensa inevitabilmente il visitatore. Qui nessuno è bello e nessuno sorride, questi funzionari imbolsiti e catafratti nelle loro uniformi sembrano l’incarnazione stessa della banalità del male. Ma poi si torna a osservare meglio, alternando il totem con la vetrata, avanti e indietro, e si comincia a scoprire più di un persecutore che potrebbe figurare senza problemi tra i perseguitati, soprattutto tra i meno giovani. Non c’è un tipo fisico del mostro: neanche qui. E se un archivista birichino si fosse divertito a scambiare alcuni dei negativi saremmo cascati tutti nel suo scherzo.

Viene da pensare che è per questo che all’Escuela si possono fare solo visite guidate. Senza qualcuno che ci illustri il percorso passo passo, nonostante l’abbondante infografica potremmo avere l’impressione di trovarci in una caserma come tante altre, con quella sua sobria eleganza di inizio secolo che a un italiano può far pensare al Policlinico Umberto I di Roma. L’orrore, qui, rimane infatti quasi sempre invisibile. E questa forse è la prima lezione dell’ESMA, che lo rende se possibile ancora più spaventoso dei campi di sterminio nazisti. Se cancellare le tracce è così scandalosamente facile, la violenza organizzata può annidarsi praticamente in ogni luogo.

Il momento più impressionante è senza dubbio la visita al terzo piano dell’ex Circolo Ufficiali, per vedere da vicino quel che rimane dei loculi nei quali erano reclusi i prigionieri e ad ascoltare i video con le testimonianze dei pochi sopravvissuti. Poi arriva il racconto delle prigioniere incinta fatte partorire, private dei figli appena nati, drogate con una iniezione di pentotal (che i carcerieri avevano ribattezzato con macabra ironia “pento-naval”) e lanciate dagli aerei dell’aviazione militare nell’oceano nel corso dei famigerati “voli della morte”. E si può leggere la lettera alla famiglia dell’unica madre prigioniera il cui figlio venne effettivamente consegnato ai nonni, dato che in tutti gli altri casi, i bambini erano affidati a famiglie di provata fede nazionalista. Anche se la storia è nota (da noi in Italia l’hanno raccontata bene Marco Bechis in Figli e Giovanni Greco ne L’ultima madre), diversi visitatori non trattengono le lacrime.

Eppure l’Espacio Memoria non è stato pensato tanto per commuovere, quanto per spiegare. Le didascalie, le proiezioni didattiche e le guide si esprimono tutte con la massima chiarezza: la detenzione illegale, la tortura e l’uccisione di decine di migliaia di argentini per le loro idee politiche non è stata una mostruosità inspiegabile ma il risultato di estese complicità, dentro e fuori l’esercito. L’Espacio Memoria smonta sistematicamente gli alibi dei colpevoli grandi e piccoli, e allo stesso tempo punta più in alto. Non sono solo i vertici dello Stato maggiore nel suo complesso ad aver voluto e realizzato gli orrori dell’ex Circolo Ufficiali (e di centinaia di strutture analoghe, in tutta l’Argentina); dietro alla guerra sucia (la “guerra sporca) si intravede un reticolo assai più ampio di responsabilità, per il quale il museo usa la formula “complesso economico-civile-militare”, ricordando il supporto attivo della WTO nei confronti della dittatura.

L’Espacio Memoria dice chiaramente chi sono stati i vincitori di allora e non esita ad accusare il nostro presente parlando esplicitamente di “disegno neo-liberale” e raccontando gli esperimenti dei Chicago boys sulle economie dei Paesi latino-americani negli anni in cui erano guidati da governi golpisti (Cile e Argentina in testa). Il terribile sottinteso del percorso nei padiglioni dell’ESMA è che, se oggi non ci sono torturatori e stupratori di Stato, ciò dipende solo dal fatto che non c’è più nessuno che metta seriamente in discussione l’ordine economico costituito. Di sporcarsi le mani, semplicemente, si è perso ogni bisogno.

Per come è stato pensato, il racconto dell’Espacio Memoria presenta però una grande lacuna. Racconta con grande chiarezza quale era il progetto di mondo per il quale ha lottato il “complesso economico-civile-militare” responsabile della “guerra sporca”; non dice niente, invece, dei sogni concretissimi dei militanti massacrati dalla giunta di Videla. Affinché oggi il maggior numero di persone si commuova per loro, rinuncia a presentarli per quello che erano – rivoluzionari, per quanto spesso non violenti – per rinchiuderli nel ruolo, molto più accettabile, di vittime, con i loro corpi sofferenti ma non con i loro cervelli pensanti.

Chi ha concepito l’Espacio Memoria sapeva che la nuova Argentina democratica aveva anzitutto bisogno di smascherare la versione dei golpisti (accreditata anche da Menem), secondo cui negli anni Settanta si sarebbero affrontati ad armi pari due estremismi altrettanto pericolosi ed eversivi, così che, se uno aveva pagato un prezzo tanto più alto, ciò non impediva che i due belligeranti potessero e dovessero essere messi sullo stesso piano. Ricordare chi era il carnefice e chi era la vittima è sicuramente un modo molto efficace di mostrare la falsità di quanti, ancora oggi, in Argentina preferirebbero equiparare le loro posizioni, ma finisce anche per ridurre alla condizione di martiri un’intera generazione di combattivi militanti politici. Erano buoni perché hanno tanto sofferto, come miti cristiani nella fossa dei leoni, o erano buoni perché le loro idee erano buone? Per quanto si possa immaginare che molti di coloro che hanno allestito l’Espacio Memoria risponderebbero positivamente anche alla seconda domanda, essa non viene mai formulata. La forza delle vittime risulta infatti direttamente proporzionale alla genericità dei loro tratti, come nelle enigmatiche e sorridenti fotografie del Padellón Central.

Il motto dell’Ente para la Promoción y Defensa de los Derechos Humanos ospitato nei locali di quello che fu l’ESMA è “Memoria, Verdad, Justicia”, e non c’è alcun dubbio che l’ex-Escuela adempia oggi perfettamente a questo triplice compito: anche quando ciò significa pronunciare delle accuse scomode. Quello che invece manca, e che forse mancherà ancora a lungo, è la Storia – vale a dire che qualcuno ci racconti chi erano davvero questi ventenni inghiottiti nel più grande centro di detenzione illegale del Paese, ma soprattutto quale era il futuro che è si è perso assieme a loro.

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