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Detrazioni, beneficiari raddoppiati in attesa della flat tax

di Cristiano Dell'Oste


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Imagoeconomica

3' di lettura

I bonus fiscali sui lavori in casa si confermano un grande successo. Ma l’annunciata flat tax per dipendenti e pensionati – se davvero sarà attuata dal 2020 nelle forme ipotizzate – imporrà un cambio di mentalità a tanti contribuenti. O almeno un test di convenienza.

I beneficiari della detrazione sui lavori di ristrutturazione sono più che raddoppiati in dieci anni: erano 4,5 milioni nelle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2009 (quando il bonus era ancora al 36%), sono diventati 9,5 milioni in quelle inviate al Fisco nel 2018.

Un anno dopo l’altro, i proprietari d’immobili hanno preso sempre più confidenza con lo strumento dello sconto fiscale recuperabile in dieci rate. Una forte spinta è arrivata dalla detrazione extra-large al 50% – introdotta a metà del 2012 e confermata ogni 12 mesi – ma il trend era positivo già in precedenza.

Se si esclude chi si è accontentato della certificazione unica, rinunciando a far valere le agevolazioni, l’anno scorso il bonus sul recupero edilizio ha reso l’Irpef più leggera in 31,2 dichiarazioni su 10o (tra modelli 730 e Redditi). Di fatto, il totale delle rate detratte nel 2018 ha ridotto di circa 6 miliardi il conto dell’imposta lorda, con uno sconto medio di 633 euro.

Com’è prevedibile, il bonus cresce insieme al reddito dichiarato dai contribuenti. Per chi ricade nel primo scaglione Irpef (fino a 15mila euro) è 383 euro, mentre per chi ha redditi oltre i 55mila euro (ultimi due scaglioni), lo sconto medio sale a 1.325 euro.

Si tratta di numeri che devono fare i conti con l’ipotesi circolata nei giorni scorsi: una flat tax opzionale al 15% per i dipendenti e i pensionati con un reddito fino a 50mila euro (si veda Il Sole 24 Ore del 27 marzo). Converrà lasciare il sistema Irpef-detrazioni in cambio di un’aliquota piatta?

A prima vista, il bonus medio sui lavori non sembra in grado di neutralizzare il risparmio derivante dall’abbandono della tassazione ordinaria, ma bisognerà valutare le condizioni oggettive (cioè le regole reali di una eventuale flat tax) e quelle soggettive (presenza di altri redditi e/o altre agevolazioni). Di sicuro, molti dei 9,5 milioni di contribuenti con la detrazione sul recupero edilizio hanno anche quella per il risparmio energetico – l’ecobonus – che nel 2018 ha raggiunto i 2,5 milioni di beneficiari, con uno sconto fiscale medio di 610 euro. Quindi la posta in gioco è più alta.

Più in generale, bisognerà capire se e come la nuova tassa piatta si concilierà con le misure dettate per favorire l’utilizzo delle detrazioni, nell’ottica di sostenere il settore dell’edilizia e favorire la rigenerazione urbana. Ultima in ordine di tempo la nuova modalità di cessione introdotta dal decreto crescita (si veda l’articolo in alto).

Senza trascurare gli effetti sulle abitudini dei contribuenti, che sembrano aver ormai assimilato pienamente il meccanismo delle detrazioni. Anche i numeri dell’ecobonus, che hanno un trend meno netto di quelli della detrazione sul recupero edilizio, dimostrano che l’interesse dei proprietari d’immobili è cresciuto nel tempo. Se mai, le oscillazioni e i cali – dei beneficiari, degli importi totali e medi – testimoniano le vicissitudini normative succedutesi negli anni e sconsigliano ulteriori incertezze normative. Dall’allugamento della rateazione (tre anni all’inizio, poi cinque e infine dieci dal 2011) ai timori di mancata proroga (che hanno innescato vere e proprie corse ai pagamenti, come nel 2013) fino alla variazione delle percentuali di detrazione e alla “competizione” con l’altro bonus edilizio (all’inizio c’era il 55%, poi portato a 65% e dall’anno d’imposta 2018 ridotto al 50% per alcuni interventi).

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