I FRONTI DEL GOVERNO

Deve valere un principio: vietato vivacchiare

di Fabio Tamburini

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Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte (Reuters)


3' di lettura

La caccia al voto dei senatori che permetterà di allungare la vita al governo Conte è in pieno svolgimento. E, in uno scenario dalle tante incognite, c’è una certezza: ne vedremo delle belle. Già ora lo spettacolo è indecoroso, ma ci vuole poco a prevedere che è destinato a peggiorare. D’altra parte, per tradizione, l’Italia è patria del trasformismo e anche questa volta ci sarà chi non mancherà l’occasione. Anche perché andare al voto non entusiasma buona parte dei parlamentari, che verrebbero costretti ad affrontare l’incognita elettorale, con la possibilità concreta di perdere seggiole, poltrone, poltroncine e relative prebende.

Comunque vada a finire c’è di che preoccuparsi. Le verifiche alla Camera e al Senato hanno confermato la debolezza dei consensi al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tanto che perfino suoi ex illustri sostenitori ammettono che in prospettiva non ce la può fare. Per questo, anche se la campagna acquisti darà qualche risultato, l’anatra è zoppa e tale resterà. In più c’è una grande contraddizione: governo debole e con scarsa armonia interna a fronte di scelte impegnative, di una realtà che richiederebbe una leadership forte, freschezza, energie nuove e idee chiare. I principali fronti aperti sono tre: l’emergenza sanitaria e gli interventi necessari per contrastare le conseguenze drammatiche sull’economia, la revisione della proposta di Recovery plan che è del tutto inadeguata, il debito pubblico che viaggia verso livello difficilmente sostenibili.

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Ecco perché le difficoltà vere devono ancora arrivare. I vaccini permetteranno prima o poi, speriamo più prima che poi, di arginare la diffusione del virus. Ma la crisi economica presenterà un conto salato alle imprese e ai loro dipendenti.

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato sul Sole 24 Ore un rapporto del gruppo dei Trenta, coordinato da un italiano, Mario Draghi, e dall'economista indiano Raghuram Rajan, che sottolinea come sussidi pubblici e credito garantito stanno coprendo le difficoltà delle imprese, destinate però a determinare l'aumento dei crediti deteriorati che a sua volta metterà alla prova il sistema bancario. Un altro studio dell'Afme (l'Associazione dei mercati finanziari, a cui aderiscono le principali banche) e di PricewaterhouseCoopers, di cui ha dato notizia ieri il Sole 24 Ore, lancia l’allarme sostenendo che le imprese europee per risollevarsi avranno bisogno di capitali freschi per mille miliardi, di cui 175 miliardi soltanto per le aziende italiane.

Di qui la necessità di un governo che tenga saldo il timone navigando in un mare destinato nei prossimi mesi a diventare sempre più agitato. Non ci sono le condizioni per vivacchiare in attesa di tempi migliori, per buttare in là la palla. Dall'Europa, e non solo, arrivano segnali chiari che il Recovery plan deve cambiare significativamente, che occorre trasformare una somma di progetti variamente assortiti in un piano vero per cambiare il Paese, con gli strumenti per applicarlo in modo adeguato e con le riforme indispensabili al gradimento europeo. Così come non è più possibile andare avanti con ristori a pioggia senza disegni organici in grado di superare le difficoltà d'interi settori. Di sicuro deve valere un principio: vietato vivacchiare.

Altrettanto certo è il ruolo che sta avendo e avrà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Posto che il governo attuale è logorato e che il trasformismo non può essere la soluzione, ce ne sono diverse possibili. Per esempio un rimpasto importante che, sulla base di programmi adeguati, crei le condizioni per un nuovo patto di maggioranza. Oppure l’incarico a un presidente del consiglio diverso da Conte. E, al limite, perfino il ritorno anticipato alle urne. In fondo la Catalogna, il Portogallo (con le presidenziali), Israele e l'Olanda, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, andranno a votare senza che nessuno si scomponga più di tanto.

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