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«Devi farmi un favore». La telefonata che inguaia Trump

Il presidente americano durante la conversazione con il presidente ucraino per otto volte chiede di poter collaborare per indagare per corruzione il figlio di Biden

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


Impeachment per Trump, ecco come si è arrivati all'inchiesta

3' di lettura

«Devi farmi questo favore» chiede Donald Trump al presidente ucraino Voldymyr Zelinski, nella telefonata che ha portato all'avvio della procedura di impeachment. Il testo integrale è stato reso noto dalla Casa Bianca. Il favore è quello di collaborare con il segretario alla Giustizia William Barr e con l'avvocato personale Rudy Giuliani per investigare sulla società ucraina che ha nel board Hunter Biden, il figlio del candidato democratico Joe Biden, lex vice di Obama, e cercare prove da ritorcere contro il suo avversario politico. Per otto volte Trump chiede a Zelinsky di indagare per corruzione la società dove lavora il figlio di Biden.

La telefonata è del 25 luglio. Sarebbe venuta in luce perché profila la violazione delle leggi di finanziamento elettorale. L'uso della cosa pubblica, insomma, per interessi personali da parte del tycoon abituato - com'è emerso dal Rapporto Mueller sul Russiagate - al gioco sporco durante le elezioni per conquistare consensi. Lo aveva già fatto con Hillary Clinton con le email rubate prima del voto del 2016. Fango che messo nel ventilatore dei social si diffonde. E cambia le intenzioni di voto. Ma questa volta lo ha fatto da presidente degli Stati Uniti e non da privato cittadino. Per questo motivo i deputati democratici hanno deciso di avviare la procedura di impeachment per abuso di potere e violazione della Costituzione.

Il ruolo centrale di Giuliani
Trump chiede al presidente ucraino di lavorare assieme al suo avvocato Giuliani che in questa storia ha un ruolo centrale perché non ha un ruolo ufficiale nell'amministrazione americana e avrebbe manipolato le relazioni diplomatiche con l'Ucraina bypassando l'ambasciatore americano a Kiev. Nella telefonata non fa cenno ai 400 milioni di dollari di aiuti militari destinati all'Ucraina approvati dal Congresso. Aiuti che dopo quella conversazione sono stati sospesi dalla Casa Bianca, con l'Ucraina preoccupata di perderli.

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A fine agosto, per questa presunta violazione delle leggi elettorali, gli agenti dell'intelligence Usa hanno presentato un dossier con la trascrizione della telefonata al Dipartimento di Giustizia. La scorsa settimana l'ispettore generale del ministero ha concluso che la condotta di Trump non ha profili di natura penale, non configurerebbe dunque reati.

Conclusione diversa rispetto a quella alla quale sono pervenuti i democratici che hanno avviato la messa in stato di accusa. Nancy Pelosi, la terza carica dello stato, ha annunciato la decisione da Capitol Hill, sede del parlamento, le bandiere americane sullo sfondo, l'espressione dura, le parole scandite. «Nessuno è al di sopra della legge». Una bomba lanciata sulla campagna elettorale, in un paese mai come ora diviso in due.
La speaker della Camera, anima moderata e dialogante dei dem, ha preso la decisione dopo mesi e mesi di resistenze verso l'ala radicale del partito. Ieri lo ha riconfermato dopo la diffusione della telefonata: “Il presidente ha avuto un comportamento che minaccia l'integrità delle nostre elezioni, la dignità del ruolo che ricopre e la nostra sicurezza nazionale”.

L’ira di Trump: è una guerra politica contro di me
«Un atto di guerra politica», lo definisce Trump che a margine dell'Assemblea generale dell'Onu, a New York ha incontrato Zelensky che lo difende: «Nessuno ha fatto pressioni su di me. È stato un colloquio normale, abbiamo parlato di molte cose». Anche il tycoon nega ogni forma di pressione o ricatto nei confronti di Kiev: «È solo una fake news, una bufala, il proseguimento della più grande caccia alle streghe della storia americana. Nessun presidente è stato mai trattato così male». I democratici parlano di “smoking gun”, di pistola fumante: quelle cinque paginette rappresenterebbero la prova provata che il presidente si è macchiato del gravissimo reato di abuso di potere a fini politici personali, mettendo a rischio la sicurezza nazionale e violando la Costituzione americana. In una parola, «tradimento».

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Quella dell'impeachment è una strada lunga e complessa che, se si dovesse arrivare al processo in Senato, potrebbe chiudere la carriera politica di Trump. Ma la posta in gioco è altissima anche per i democratici, a lungo divisi sul da farsi. La bomba dell'indagine piomba sulla fase finale della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2020, e in molti temono un remake dell'impeachment di Clinton: una lunga battaglia conclusasi nel nulla. Significativo e un po' sinistro il tweet di Hillary Clinton, la candidata dem sconfitta a sorpresa nelle ultime presidenziali: «Il presidente degli Stati Uniti ha tradito il nostro Paese. È un pericolo chiaro a tutte le cose che ci rendono forti e al sicuro. Sostengo l'impeachment».

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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