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Di Amato: «Visione di lungo periodo per spingere tutto il sistema»

Il presidente di Maire Tecnimont spiega l’importanza della sinergia tra mondo delle imprese e quello delle università. Serve maggiore sostegno alla ricerca da parte delle aziende. E Non soltanto su progetti specifici

di Giovanna Mancini


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Fabrizio Di Amato, presidente Maire Tecnimont

3' di lettura

Il faro resta quello che, tra gli anni 50 e 60, portò alla scoperta di nuovi polimeri fondamentali per lo sviluppo dell’industria e al Nobel per la Chimica a Giulio Natta, nel 1963.

«Quel modello di collaborazione, che metteva insieme la struttura e le capacità di un grande gruppo industriale con una chiara visione del futuro, l’allora Montecatini, e le competenze di un’eccellenza come il Politecnico di Milano, ha funzionato e fatto la storia», spiega Fabrizio Di Amato, presidente di Maire Tecnimont (l’erede della Montecatini), sostenitore appassionato della sinergia tra imprese e università come motore per lo sviluppo. «Sono certo che, assieme al Politecnico, troveremo le soluzioni per fare anche la plastica del futuro».

Il Nobel di Natta è partito da una forte ricerca di base. Le aziende dovrebbero tornare a sostenerla?

Secondo me sì: noi imprese dovremmo fare sempre di più in questo senso, guardando oltre i progetti che hanno un risultato immediato per le nostre attività. Università e industria devono lavorare assieme sia su progetti a breve termine, specifici e focalizzati sulle necessità dell’azienda che si rivolge all’ateneo, sia in un’ottica di lungo termine. Noi imprenditori dobbiamo sostenere anche l’università in generale, perché in questo modo diamo un sostegno a tutto il sistema. Quanto più il mondo della formazione e della ricerca è efficiente e competitivo a livello internazionale, e quindi in grado di attrarre i migliori talenti, tanto più ne beneficia il Paese nel suo insieme e il mercato in cui poi le aziende stesse dovranno cercare le figure professionali.

Non si rischia però, in questo modo, di limitare la libertà della ricerca?

Se applichiamo questa visione di lungo periodo, senza finalità se non lo sviluppo in sé dell’università in quanto tale, non c’è conflitto. Con il Politecnico di Milano collaboriamo da decenni su diversi progetti: il mio interesse non è orientarne le attività, ma fare di tutto perché questo ateneo continui a migliorare nelle graduatorie internazionali e ampliare in questo modo il bacino di ingegneri e tecnici di livello superiore. Dobbiamo creare un ecosistema più integrato, evitando che uno prevarichi sull’altro: la ricerca deve essere libera, ma a un certo punto deve essere industrializzata e allora serve l’aiuto delle imprese. In questo modo si dà anche una risposta al problema della fuga dei cervelli, assicurando ai giovani un’occupazione e un futuro in Italia.

Cosa dovrebbero fare politica e istituzioni?

Se fossi un politico cercherei di valorizzare le diverse specializzazioni del nostro Paese. Abbiamo ottime università in tutta Italia, da Nord a Sud, che andrebbero sostenute guardando di più alle vocazioni di ciascun territorio e alle eccellenze che già abbiamo. Inoltre, a costo zero, creerei un meccanismo di incentivi e regole per favorire le iscrizioni alle facoltà che formano i profili professionali più richiesti e restringere viceversa l’ingresso a quei corsi di laurea che oggi sono presi d’assalto ma che nsono meno richiesti dal mercato del lavoro. Dobbiamo aiutare i giovani a incanalarsi in percorsi formativi utili e al tempo stesso sostenere il riposizionamento di atenei o facoltà verso specializzazioni nuove.

Torniamo alla ricerca applicata: come funziona nel vostro caso l’osmosi con l’università?

L’elemento fondamentale è la contaminazione dei saperi e delle persone, che è la base dei processi di ricerca e industrializzazione. Da una parte abbiamo ricercatori aperti a qualunque possibilità, dall’altra figure più pragmatiche, che conoscono il mercato e le sue regole, le normative, i prezzi e sono in grado di capire se un determinato progetto è realizzabile su scala industriale. Nelle nostre collaborazioni c’è una fase in cui lasciamo la ricerca libera di spaziare, ma quando poi dobbiamo industrializzarne i risultati, allora il nostro ruolo diventa fondamentale.

A che punto è, in Italia, l’integrazione tra industria e mondo della formazione?

Per quanto ci riguarda, collaborare con l’università fa parte del nostro Dna, ma mi sembra che la consapevolezza di quanto questo sia importante cominci a diffondersi tra molti colleghi imprenditori. Le grandi società in genere sono attente e ben organizzate, forse qualche aiuto in più servirebbe, da parte del sistema, per le piccole e medie aziende. I capitali privati non mancano e molti atenei sono all’avanguardia. Prenda il caso del Politecnico di Milano: un rettore che, in fase di elaborazione del Piano triennale, decide di condividerlo con gli stakeholder non si era mai visto ed è un segnale importante di apertura. Quello che spesso pone un freno all’integrazione tra i due mondi sono piuttosto le procedure burocratiche troppo complesse. In questo le istituzioni dovrebbero intervenire per semplificare le nostre attività.

Riproduzione riservata ©
  • Giovanna ManciniRedattore ordinario

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Industria del design e arredo, made in Italy, cronaca di Milano, consumi, industria del commercio, e-commerce

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